
societa' italiana di Psicoterapia reichiana
L'intervista è a cura di Tommaso Valleri.
Dottoressa Mazzorana, ci può parlare della vegetoterpia
carattero analitica reichiana?
La vegetoterapia, come l'ho imparata da Nicola Glielmi, è una continua scoperta, un giornaliero svelarsi di conoscenze: E' un dedicarsi amorevole agli altri , rispettando il sentire individuale, i loro tempi, sapendo essere vicini gli uni agli altri con un abbraccio, uno sguardo. La vegetoterapia è una scienza molto precisa, molto difficile. Molto precisa perché attraverso gli actings sappiamo con precisione quali momenti della vita passata andiamo a toccare e anche in che modo influenzano la stessa struttura del sistema nervoso. E' una scienza molto difficile, perché le conoscenze che abbiamo sembrano non essere mai sufficienti per comprendere cosa è accaduto a quella persona, quali sono i motivi, i nessi, che collegano il vissuto, il comportamento, i sintomi. Ed è ancora più difficile, perché, come dice Reich , se l'osservatore non sarà sufficientemente libero da sentire l'energia vitale scorrere dentro di sé , allora non capirà nulla, anzi, non vedrà nulla o si spaventerà di ciò che percepisce. Comunque, tenendo conto di tutte queste difficoltà, ho capito che con la vegetoterapia abbiamo un tesoro immenso, abbiamo la possibilità di migliorare la nostra vita in termini di salute, di felicità. Possiamo risanare le ferite patite nell'infanzia e nell'età adulta, possiamo ricevere ciò che sentiamo di non aver avuto.
Qualcuno potrebbe dire che è una terapia tra le tante, ci spieghi qual è la sua particolarità.
Le sembrerò esagerata, ma considero la vegetoterapia LA TERAPIA tra tutte le terapie , la regina, la migliore. Mi sono sempre interessata alle terapie a mediazione corporea con entusiasmo, tuttavia non ne ho mai trovata un'altra che con tale precisione e rigore metodologico conduca le persone a rivivere, a risolvere, a ricomporre i guai, coscienti e non, del loro passato. Di solito nelle altre terapie si lavora molto sul corpo, sullo sblocco delle tensioni, sul sentire il corpo, però non si lavora sugli occhi e sulla bocca, sui livelli più antichi, quindi tutto quello che viene liberato non viene compreso. Si rivive un sentimento, bello o brutto, ma non si sa da quale esperienza si origini: è energia che si sblocca in un certo livello, che viene liberata, ma che, infallibilmente, si ferma da qualche altra parte, tenuta ferma da qualche altro blocco energetico, necessario a mantenere l'omeostasi in una struttura generale che non è in realtà cambiata. Poi vi sono anche altre terapie che lavorano sugli occhi, utilizzando piccole particelle, minuscole scaglie di quello che conosciamo con la vegetoterapia. Sono rimasta esterrefatta per questo : tutti questi altri professionisti ci informano sulle loro scuole, sulle loro metodologie, ci fanno intravedere col binocolo da una porta socchiusa i tesori, le ricchezze dei loro approcci terapeutici, si fanno conoscere, entrano nei luoghi che contano, parlano coperti da autorevoli persone importanti. La cosa che mi ha sorpreso non è questa modalità commerciale di mettersi sul mercato, visto che ormai le leggi del mercato governano la nostra vita, ma il fatto che riescano a far apparire una meraviglia un qualcosa che, sì, forse meraviglia è, però è una parte minuscola, piccolissima, infinitesima di quello che sappiamo noi con la vegetoterapia. Sono reduce da un convegno dove ho avuto modo di capire queste cose, e mi sono detta: "Devo dirlo, devo scriverlo!" E adesso che l'ho detto si aprono una serie di problemi: come fare a far conoscere questo tesoro? Come farlo conoscere senza che sia travisato o male utilizzato?
Ci parli della sua formazione come
psicologa e psicoterapeuta.
Professionalmente mi
sono sempre definita un ' cane sciolto ' a chi mi chiedeva
a che scuola appartenessi; sono sempre stata una solitaria,
non ho mai sentito di tesserarmi con alcun partito o associazione
per instaurare legami che avrebbero sì potuto farmi comodo
per aiutarmi nelle mia professione, però avrebbero anche
potuto avvincermi e condizionarmi nella mia ricerca.
I suoi rapporti con la S.I.P.Re. allora?
Nella S.I.P.Re. mi riconosco, sono vicepresidente, ma la
prima cosa che ho detto a riguardo, è che la S.I.P.Re. deve
essere una società di affetti, che il suo scopo deve essere
questo: un incontro autentico tra le persone che sperimentano
o hanno sperimentato la vegetoterapia e che desiderano farla
conoscere e , magari, fare qualcosa di più a livello sociale.
Parlo di autenticità nel senso rogersiano del termine: io
sono autentica se posso essere me stessa, esprimendo i miei
sentimenti per facilitare l'incontro con l'altro, senza celarmi,
come accade comunemente nei rapporti sociali o professionali,
dove la ricerca del potere anche nelle relazioni più immediate
porta le persone a nascondersi, ad agire per calcolo.
Ha conosciuto la terapia centrata sul cliente di Rogers?
Rogers è stato un po' il punto di arrivo della mia carriera
di studente universitaria : infatti mi sono laureata in psicologia
con una tesi che esaminava le applicazioni della teoria di
Rogers alla relazione insegnante - allievo. E' stato un trovare,
nelle opere di questo autore tutto quanto anch'io sentivo,
in forma molto più istintiva, e che avrei voluto esprimere.
Può raccontarci qualcosa delle sue esperienze professionali
e della sua formazione? Ho cominciato dalla gavetta , iniziando
come addetta all'assistenza di disabili psichici e poi in
una comunità alloggio per psicotici cronici adulti. Nel frattempo
ho partecipato ad alcuni incontri esperienziali e formativi
di psicomotricità secondo il metodo Aucutourier. Ho frequentato
il corso biennale di Postural Integration e un biennio di
formazione in sessuologia clinica. In quel periodo, dopo
aver intrapreso la libera professione, iniziavo a lavorare
come psicologa presso i C.E.O.D. convenzionati con la U.L.S.
per disabili adulti e adolescenti. Progettai io stessa il
servizio di psicologia , allora inesistente: mi occupai sia
della supervisione, della formazione e del sostegno agli
operatori, che degli utenti e delle loro famiglie. Dopo 10
anni di lavoro in questo servizio lo lasciai per dedicarmi
solamente alla libera professione. Ora opero unicamente con
la vegetoterapia carattero analitica.
Non ci ha parlato di come ha conosciuto la vegetoterapia...
L'incontro con la vegetoterapia è stato esperienziale e casuale:
un'amica mi aveva invitato a partecipare ad un gruppo che
io pensavo fosse di ginnastica. Desideravo fare qualcosa
che fosse unicamente per me e non sempre finalizzato alla
formazione. Questo atteggiamento è stato un partire col piede
giusto, perché mi ha permesso di calarmi completamente in
questa mia terapia che stava incominciando. Dopo il primo
incontro di 8 ore in due giorni condotto da Glielmi, mi resi
conto che la mia ricerca era aprrodata, questa volta, ad
una scoperta veramente importante. Decisi di iniziare la
terapia. Terapia di gruppo e di formazione al tempo stesso.
Subito ho capito che avvenivano in me cambiamenti così profondi
da non poter essere legati unicamente a un fattore emotivo
di benessere post - gruppo o di euforia ( cosa peraltro completamente
assente). Capivo piano piano, osservatrice incredula di me
stessa, come si stesse modificando proprio il funzionamento
del mio sistema nervoso. Mi resi conto che i cambiamenti
e i risultati ottenuti erano permanenti.
In che rapporto stanno la formazione e la terapia?
La formazione non può prescindere da una lunga, lunghissima
terapia personale. Quest'ultima è l'origine, la fonte della
mia possibilità di vedere, comprendere, amare l'altro, perchè io
posso sentire ciò che sente l'altro, vivere con lui i suoi
sentimenti solo se qualcun altro ha fatto altrettanto con
me, aiutandomi a risolvere i miei sospesi con la vita. Dove
c'è qualcosa che non ho risolto, là io ho la 'coda di paglia'
e non potrò lavorare bene, non sarò efficace, fuggirò alle
problematiche dell'altro per fuggire le mie.
Allora si tratta di un'applicazione pratica, senza studi
teorici? Dopo alcuni anni di terapia si può accostare ad
essa la lettura di testi scientifici classici quali le opere
di Reich, ancora oggi un grande incompreso e sconosciuto,
un senza nome nel mondo accademico e scientifico. Tuttavia
la cosa più utile è l'esempio che il terapeuta - che in questa
veste di insegnante io amo chiamare maestro - dà con il suo
comportamento, con le parole che dice. Il maestro insegna
con i fatti, e questo è il modo migliore di insegnare, perché non
induce ad un apprendimento 'cerebrale', ma ad un imparare
a comportarsi. In particolare Glielmi insegna con parole
molto semplici, con spiegazioni volutamente concrete ed oggettive,
e raccontando in modo puntuale spezzoni di casi clinici che
diventano esempi sempre disponibili nella memoria. E ancora:
l'insegnamento viene dall'osservazione in vivo di come vengono
condotte le sedute, di come viene gestito il rapporto col
paziente, di quali motivi spingono il terapeuta alla scelta
degli actings da proporre in terapia. Non fa alcuna distinzione
tra un operaio, un laureato, e un apprendista psicoterapeuta,
tra un malato e un soggetto "normale". Questo lo senti subito,
e se sei uno psicologo, o un medico che vuol apprendere il
suo mestiere, puoi farlo sul campo, a tue spese, mettendoti
in gioco e confrontandoti cogli altri: l'allievo insieme
agli ammalati. Oltre, naturalmente, alla terapia individuale
e alla supervisione dei casi trattati. Credo che sia il migliore
metodo per preparare un buon terapeuta.
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