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“STORIA DI ORDINARIA FOLLIA”
Il Dottor Arturo Geoffroy -

del dr.Pietro Mondì


Analisi e considerazioni, intorno ad una vicenda di cronaca: l’omicidio dello Psichiatra e Psicoterapeuta Lorenzo Bignamini da parte del Dottor Arturo Geoffroy, anch’egli Medico Psichiatra e collega della vittima.
del dott. Pietro Mondì – medico psichiatra psicoterapeuta.

CH.MO PROF. DOTT. NICOLA GLIELMI
Le invio, con preghiera di pubblicare alcune mie considerazioni sulla triste vicenda di cronaca, che ha avuto quale autori, due Medici Psichiatri, uno nella veste di vittima, l’altro in quella di assassino.
La vicenda è triste, perché lascia intravedere una situazione di abbandono da parte delle istituzioni, di quel medico, divenuto poi l’assassino del suo collega.
La vicenda esistenziale del Dr. Geoffroy svela in tutta la sua interezza, l’ipocrisia di una società, sempre pronta a dirsi solidale con i soggetti più deboli, quali sono i malati mentali, ma altrettanto pronta a dimenticarli e ghettizzarli.
Il fatto ha attirato la mia attenzione, poiché assai bene (purtroppo) evidenzia, come ogni forma di prevenzione primaria e secondaria del disagio mentale, risulti nella sostanza disapplicata, se non addirittura dimenticata, da parte delle istituzioni; inoltre le stesse istituzioni, anzi la stessa società (oggi sempre più proiettata verso la competitività e l’antagonismo, tra i soggetti che la compongono) hanno costruito, poco a poco, la follia, frutto dall’esasperazione di quest’uomo, che non appena inadatto al suo ruolo sociale di medico, si trova svuotato persino del suo status personale di soggetto, per essere relegato nel limbo dell’oblio collettivo; sarà soltanto il delitto, inevitabile via di sbocco per l’affermazione del proprio sé, a riportare all’attenzione di tutti, la sua condizione esistenziale; non si può non cogliere nel delitto, il tentativo di Arturo Geoffroy di volere comunicare agli altri, attraverso una sorta di abnorme reinterpretazione del “Cogito” Cartesiano, l’affermazione seguente: “lo uccido dunque esisto”; ovvero:“ soltanto se uccido, voi vi accorgete di me; per questo, io uccido” .
A ciò, ci riporta la ricostruzione della cattura di quest’uomo, caratterizzata per intero, da una pacatezza, da una accettazione totale e persino (sembrerebbe leggersi tra le righe dei resoconti di cronaca ), di una sua soddisfazione; finalmente, Arturo Geoffroy, dopo avere perso il proprio status di borghese, professionista e medico; col delitto, esce dal dimenticatoio dove era stato relegato, per diventare personaggio. Questa storia, mi ricorda la vicenda personale che ci ha visto protagonisti entrambi, io e Lei (ovvero il caso Mirabile), dal momento dal momento che entrambe delineano un basso profilo dell’assistenza psichiatrica pubblica e soprattutto dei suoi attori (medici, burocrati, direttori generali delle asl e così via dicendo); tutti lontani da quell’approccio mirato sul paziente al quale ci richiamava Rogers, ma anzi, affaccendati ed affannati nella amministrazione del loro “particulare”; nella spartizione e lottizzazione del loro effimero e contingente potere; nelle loro piccole, ma quotidiane, vendette personali; nel loro desiderio di apparire.
Considerando tutto questo, non dobbiamo affatto meravigliarci, se un uomo lasciato solo nella propria esasperazione e nel proprio disagio esistenziale ( a dispetto di quanto dichiarato da vari ed improvvisati Guru dell’ultima ora, della riforma Basaglia, più o meno mossi da interessi personali – quello dei malato mentali, si rivela per tanti versi, un buon business -) sia costretto ad uccidere, per fare accorgere al mondo, seppur per breve tempo, che anch’egli esiste. 
Distinti saluti, dott. Pietro Mondì. 

Leggo e questo mi rattrista, che un ex psichiatra ha ucciso a Milano un suo collega, sul quale aveva proiettato i fantasmi persecutori della propria esasperazione.
Naturalmente, non posso che essere triste ed addolorato per la morte di questo collega.
Il mio pensiero, però, va anche all’altro collega, il Dottor Arturo Geoffroy che lo fa rassomigliare al Doctor Hannibal del film “Il silenzio degli innocenti”. Viene usata persino una parola grossa, come “radiazione” (viene radiato ci compie reati od azioni immorali, che contrastano con la possibilità di rimanere iscritto ad un Ordine Professionale), per riferire che il Dottor Geoffroy, a causa della sua malattia, non è nelle condizioni di potere esercitare la professione di Medico; è stato detto della 
cinquantina di esposti alle procure, ma non una parola sulle motivazioni di quegli esposti (è anche possibile, che non tutti siano stati dettati da deliri o idee folli).
Nessuno si chiede: perché quest’uomo, la cui unica colpa è quella di essersi ammalato di una malattia psichiatrica, venga lasciato solo, per di giunta sfrattato di casa ed in condizioni di disagio economico e sociale.
Chi non si è chiesto tutto questo e non ha fatto nulla per evitarlo è moralmente colpevole delle sofferenze del Dottor Geoffroy e dell’omicidio del Dottor Bignamini.
L’assistenza psichiatrica deve essere un’assistenza olistica, che tenga conto dei vari e diversi fattori che influenzano l’esistenza di una persona: il sociale, l’economico, e via dicendo.
Questo è del tutto impossibile da realizzarsi in una sanità che ogni giorno riceve tagli a più non posso e dove “Welfare” è soltanto un elegante modo di dire.

Certo, dei soldi sono stati spesi: per creare comunità protette e case famiglia, per gli ex ricoverati dei residui manicomiali (con questa parola vengono definiti i vecchi manicomi), ma forse, di questi soldi si gioveranno più le imprese sociali del cosiddetto “mix pubblico privato”, che non i malati mentali. Se una logica un po’ ipocrita fa sì che delle risorse vengano investite per i vecchi cronici, poco o nulla si fa per chi, magari tra la distrazione o indifferenza di tanti, sta per infilarsi nel buio tunnel della follia.
Saranno poi gli omicidi a faci svegliare dall’oblio, a farci accorgere della disperazione di un uomo, una esasperazione magari espressa, anche attraverso i tanti esposti alla magistratura.
Poi ce ne dimenticheremo di nuovo, fino al prossimo omicidio o suicidio; nel frattempo, saranno le robuste grate di un Ospedale Psichiatrico Giudiziario a tranquillizzarci che tra noi ed un folle esiste una barriera ed a scotomizzare l’angoscia e la paura, che la follia possa essere lì, ad un passo da noi e che noi stessi potremmo essere i folli (come quello Psichiatra, passato in breve tempo da una parte all’altra del muro). Sarà la “pericolosità sociale”, a tacitare la nostra coscienza di cittadini benpensanti, facendoci dire: che per un soggetto simile, non vi era altra soluzione, se non quella di un internamento (molto spesso a vita).
Pace del Mela (ME) 10 agosto 2003 

Risposta del dott. Glielmi. Se il caso Geoffroy può ricordare “il doctor Hannibal, d’altro lato non può non far ricordare quel film nel quale una giovanissima schizofrenica uccide il padre psichiatra.
Le considerazioni del dr. Mondì mi fanno ricordare il mio lavoro “Il mito di Tiresia e le istanze vocazionali dello psichiatra” e due aneddoti che vale la pena di riferire. Negli 70-73 un medico aveva acquistato un’automobile di un colore rosso acceso, a rate naturalmente, essendo come me, assistente volontario all’Ospedale Psichiatrico Provinciale “L. Bianchi” di Napoli. Ogni mattina il medico veniva in ospedale, molto irritato, a volte triste e angosciato perché la signora che abitava al piano sottostante, versava sulla macchina, parcheggiata sotto le sue finestre, la scolatura dei piatti con salse untuose, quella dei panni ed ogni genere di spazzatura. Aveva avuto con la signora vari diverbi, che avevano finito per scatenare di più la sua condotta dispettosa, perché ella dichiarava di non saperne nulla e che se ci teneva alla sua bella macchina avrebbe potuto posteggiarla altrove. Consigliai ad Antonio, questo il nome del collega, di consegnare alla signora le chiavi della macchina con la preghiera di guardarla affinché nessuno la danneggiasse mentre egli era occupato a fare l’ambulatorio medico ed, eventualmente, di spostarla. La signora, appena avuto l’incarico e le chiavi dell’automobile, ne divenne una custode fidatissima.
L’altro ricordo è quello di un primario, del medesimo ospedale psichiatrico, il quale per essere sicuro che gli infermieri sorvegliassero gli ammalati e non giocassero a carte durante le ore di lavoro, fece togliere tutti i tombini all’interno del reparto e nel giardino circostante ed emanò l’ordine scritto con il quale ordinava agli infermieri di sorvegliare i tombini affinché gli ammalati non vi cadessero dentro.
Due modi diversi di essere psichiatra, tra i cento possibili, il secondo certamente significativo di un disturbo della personalità che definirei complesso di Mosè, con una ipervalutazione narcisistica del proprio ego, con un insopprimibile bisogno di distruggere il vitello d’oro, anche se sono cose buone, e con la tendenza a promulgare regole e leggi, o a rappresentarle, spesso disumanamente. Il complesso è molto diffuso, soprattutto in personaggi del mondo politico e burocratico. 
Qualche medico che odiava ferocemente suo padre, dopo una frequentazione prolungata nei servizi da me diretti, si riconciliava improvvisamente con il padre, trasferendo su di me un odio irrazionale e immotivato. Per chi voglia approfondire il complesso di Mosé, ricordo che di lui sappiamo che avesse un fratello, Aronne, ma del padre non una parola.
Ciò premesso, dirò che quando ho avuto a che fare con un personale psichicamente disturbato, medico o infermieristico, anziché perseguitarlo come suggerito da superiori, inferiori e pari grado, li ho tenuti vicino a me, mostrando comprensione e stima, assegnando loro compiti compatibili con i loro disturbi psichici.
Il dott. Virginio Sozzi, il delatore del caso Mirabile, mi fa anche questa accusa e interrogato dall’Ufficio del Direttore Generale della ASL N.5, dichiara: “Non capisco perché il dr. Glielmi difenda pervicacemente l’operato del collega che secondo me presenta talune lacunosità che io personalmente ho fatto rilevare al capo settore che tuttavia, ha sempre avallato i comportamenti professionali del collega”. 
Il dr. Virginio Sozzi dopo d’essersi giovato della mia comprensione dei suoi disturbi psicoaffetivi, proiettandoli sul collega mi accusa di proteggerlo.
Egli stesso, infatti, mi era stato segnalato per i suoi disturbi psichici, disturbi che si possono evidenziare dalle risposte “inconcludenti e povere” date al Presidente del Tribunale di Messina dr. Mario Samperi (v. capitolo “Accuse di pazzia” del caso Mirabile), dall’analisi della sua lettera e dei suoi comportamenti; disturbi che avrebbero potuto spingere i colleghi dell’ex ospedale psichiatrico “L. Mandalari”, al quale era destinato, a denunciarlo all’Ordine con il pericolo di una “radiazione”. 
Se si fosse chiesto perché, ultimo giunto, non era stato inviato all’ex ospedale Mandalari, ma trattenuto presso il Centro di Salute Mentale da me diretto; se si fosse chiesto perché fosse stato ammesso, irritualmente, in un gruppo di vegetoterapia già avviato da un paio di anni (anche questo fatto ha denunciato in Tribunale, sicché non svelo alcun segreto professionale), non mi avrebbe accusato di proteggere un collega, che, a suo giudizio presenta “delle lacunosità” e avrebbe compreso che il manager aveva largamente strumentalizzato la sua psicopatologia. 
Ho sempre cestinato segnalazioni come quella del dott. Sozzi. 
Per finire la figlia schizofrenica uccide il padre psichiatra, Arturo Geoffroy il collega Lorenzo Bignamini, il dr. Virginio Sozzi il suo Primario, per fortuna soltanto metaforicamente, un altro psichiatra trasferisce l’odio per il padre sulla persona del Primario o del Capo Ufficio: transfert e purificazione della malattia attraverso il terapeuta, complesso di Caino, dove il dr. Mondì rappresenta Abele, mescolato con quello di Mosè in una miscela esplosiva come nel caso del dr. Virginio Sozzi, sono elementi con i quali giornalmente lo psichiatra si imbatte, dal momento che tutti i malati hanno un padre e un fratello, trovandosi sempre su due fronti contrastanti quello del controllo e quello della terapia, in un ruolo ambiguo: pochi reggono l’impatto con la malattia senza contagiarsi. Credo che uno strumento efficace contro la malattia da contagio dello psichiatra, contro la malattia da transfert, sia quello di scrivere, a scopo di studio, le storie cliniche dei propri ammalati: lo psichiatra a sua volta si purifica, perché in definitiva scrivendo la storia dei suoi ammalati, è costretto a fare un’autoanalisi. 


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