
societa' italiana di Psicoterapia reichiana
Lei è medico psichiatra,vuole parlarmi della sua storia?
Certamente, perché essa risente della storia della psichiatria
in questi ultimi 40 anni, pertanto accennerò ai vari passaggi
della mia carriera nella pubblica amministrazione.
L'ascolto volentieri
Mi sono laureato in Medicina e Chirurgia all'Università di
Napoli e quindi ho conseguito la specializzazione in Clinica delle
Malattie Nervose e Mentali a Pisa. Dopo la laurea accettai un posto
di assistente medico presso la Clinica per malattie nervose e mentali "Villa
Pini d'Abruzzo" in Chieti.
Cosa ricorda di questo periodo?
Tutto ciò che ho imparato a Chieti posso riassumerlo così:
avere fiducia nell'ammalato ed infondergli fiducia. Ricordo il caso
di un'anoressica seviziata con elettrodi sulla lingua e sul pube allo
scopo di farle bere un bicchiere di latte. Dopo vari ed inutili tentativi,
chiesi di poter parlare con l'ammalata. Mi avvicinai e le dissi in
dialetto abruzzese in un orecchio che le sarebbero caduti i peli dal
pube, se non avesse bevuto il latte. L'ammalata scoppiò in
una risata e bevve il latte. Così una malata diceva di essere
incinta. A dire dei miei colleghi, per non sottoporsi agli elettroshock.
Io le credetti e il test di gravidanza mi dette ragione.
Tornato a Napoli cosa fece?
Lavorai come "alunno interno a scopo di studio" al II Reparto
di Neurologia e Pronto Soccorso Psichiatrico dell'Ospedale San Gennaro,
diretti dal prof. Renato Cristini che mensilmente teneva una riunione
scientifica durante la quale i medici esponevano i casi clinici di
maggior rilievo. Il prof. Ubaldo Viparelli, del quale ero assistente,
presentò un terribile caso, che avevamo in reparto, di miosite
ossificante e mi invogliò a presentare una relazione sull'insulinoshokterapia,
pratica che avevo appreso a Chieti. Dopo la relazione fu attrezzata
una stanza per l'insulinoterapia, di cui ero responsabile. Per guadagnare
qualche soldo facevo tre guardie mediche alla settimana al Pronto
Soccorso Psichiatrico. Mi iscrissi all'INAM e feci il medico generico
per quasi 8 anni, venendo a contatto con moltissime patologie umane
e con tutti gli ambienti sociali ed economici della città:
un'esperienza umana formidabile, propedeutica alla professione di
psicoterapeuta.
Quanto tempo rimase al San Gennaro?
Circa 10 mesi; poi passai all'Ospedale Psichiatrico Provinciale "L.
Bianchi", diretto dal prof. Vincenzo Maria Vizioli che mi destinò al "Reparto
Osservazione Uomini", ove gli ammalati, con la legge Giolitti
del 1905, restavano per 15 giorni prima di avere fatta la diagnosi,
per essere ricoverati o dimessi. Nessuno faceva ritorno a casa. Poi
giunse come direttore il prof. Eustachio Zara e provocò un
terremoto, cambiando di reparto primari, assistenti di ruolo e assistenti
volontari. Al Primario dr. Vittorio della Pietra e a me fu assegnato
il VI reparto donne, ove alcune ammalate stavano letteralmente nelle
gabbie di ferro ed un nuovo reparto, il IX Donne, che ne ospitava
50. Cominciammo a trattarle con la psicoterapia individuale e di gruppo
ad indirizzo psicoanalitico. Sviluppammo la socioterapia e per tre
anni partecipammo a Lucca al Festival della canzone e a Rieti a quello
delle filodrammatiche. Il dr. Vittorio Della Pietra mi iniziò alla
psicoanalisi e i ruoli di maestro-allievo spesso si alternavano. Adibimmo
uno spazio, attrezzato con una pedana alta 60 centimetri e con pianoforte
in sala, alle riunioni assembleari le quali facevano seguito alla
teatroterapia, alla musicoterapia e al laboratorio di pittura. Si
cominciò a ciclostilare settimanalmente "Il Resoconto",
che riportava il contenuto delle assemblee ed altre notizie. Nel marzo
1968, con l'art. 4 della legge Mariotti, si aprì uno spiraglio
di luce sia per gli ammalati che per me e per il collega prof. Antonio
Scala. Fummo, infatti, assunti dalla Provincia, con incarico rinnovabile
ogni tre mesi, per dirigere due nuovi reparti, uno per donne e uno
per uomini, rispondendo così alle necessità che nascevano
dalla legge stralcio. Gli ammalati vi accedevano direttamente senza
l'ordinanza giudiziaria e una volta diagnosticati, restavano tutto
il tempo necessario per essere curati e, quindi, essere mandati a
casa, senza informare l'Autorità Giudiziaria.
Se ho capito bene, avete anticipato quanto sarà fatto 10 anni
dopo con l'istituzione del Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura in ottemperanza
alla legge 180.
Proprio così e ripetevamo le esperienze del San Gennaro dove
molti ammalati ricoverati al Pronto Soccorso Psichiatrico passavano
ai reparti di neurologia mentre i più gravi, i "più pericolosi" e
i più poveri venivano mandati con ordinanza all'ospedale "L.
Bianchi". Intanto avevo lavorato 8 anni ed avevo acquisito un
titolo di mezzo servizio, di medico a cottimo, e mezzo stipendio in
tasca. Mal volentieri mi guardai intorno. Feci senza troppa convinzione
qualche concorso e vinsi quello di aiuto medico all'ospedale psichiatrico
di Racconigi e a quello di Siena, ma rifiutai gli incarichi.
Perché?
Un po' perché temevo di trasferirmi in una zona con un clima
più freddo di quello di Napoli e un po' per gli interessi che
avevo a Napoli. Da tre anni avevo lasciato il lavoro all'INAM e svolgevo
soltanto la professione di psicoterapeuta. Il dr. Vittorio della Pietra,
notissimo psichiatra a Napoli, aveva riempito il mio studio di malati
per la psicoterapia. Egli la praticava soltanto la domenica mattina,
più per mantenersi al passo coi tempi che per necessità economica.
Mi inviava intelligentissimi e coltissimi studenti universitari. A
loro debbo non poca parte del mio sapere.
Con che risultati?
Abbastanza buoni. Tutti i casi trattati andarono a buon fine,
tranne quello di un professore universitario che, vergognandosi d'essere
figlio di un semplice insegnante elementare, mal tollerava che io
non fossi docente universitario. Dopo due mesi di terapia, proprio
in coincidenza della messa in scena dell'atto unico "Siamo tutti
pazzi" nel teatro dell'Ospedale Psichiatrico, mi comunicò che
si era rivolto al Presidente della Società Italiana di Psicoanalisi,
mi pare fosse all'epoca il prof. Servadio. A nulla era valso l'analisi
del transfert negativo. Non so se sia guarito, mi auguro di si.
Un bella frustrazione.
Si, è così, ma mi servì. La critica del professore
universitario mi fece comprendere che dovevo cominciare a scrivere
qualche lavoro, anche se l'istituto della docenza, oramai, era stato
abolito. Insieme al dr. Della Pietra avevo realizzato un film, che
fu proiettato in una sala cittadina, sulle attività di psicoterapia
e socioterapia fino ad allora svolte in ospedale. Tradussi il contenuto
del film nel lavoro scientifico "Panel terapeutico ed esperienze
filmiche", premiato dalla Presidenza della Repubblica. Scrissi,
poi, "Teatro e psichiatria" nel quale riferivo i casi da
me trattati e pubblicai vari lavori sulle espressioni artistiche degli
ammalati. Nel 1974 fu indetto un concorso per 14 posti di aiuto medico,
che vinsi. Subito dopo il "Leonardo Bianchi" fu diviso in
cinque direzioni. Il dr. Della Pietra fu spedito come direttore all'Istituto
Psichiatrico di Liveri a Nola ed io destinato ad un reparto di anziani
che esaminai tutti con test di neuropsicologia confrontandoli con
persone sane della stessa età, allo scopo di studiare le modalità di
invecchiamento.
Quando andò a Messina?
Nel giugno del 1977 mi giunse comunicazione che ero vincitore
di un concorso per un posto di primario all'ospedale "L. Mandalari" della
Provincia Regionale di Messina che accettai perché andavo verso
il sole. Quando presi servizio, il 1° settembre 1977, il direttore
prof. Emanuele Motta mi affidò il I reparto uomini. Mi misi
subito all'opera permettendo agli ammalati di uscire dal reparto,
purché si mantenessero nella cintura ospedaliera. Mi sembrava
talmente naturale che a chiedere di uscire fossero le persone meno
disturbate che estesi il beneficio a tutti, nella speranza che i meno
disturbati trainassero quelli più disturbati. Mi feci promotore
della fondazione di un "Circolo Sociale" per gli ammalati
con la partecipazione di altri medici, il dr. Vittorio Micalizzi e
la dr.ssa Maria Teresa Pigneri e con la partecipazione di medici e
persone estranee all'Opera. Fu messa a disposizione del Circolo una
grande sala, ove si facevano riunioni e si tenevano giornalmente feste
danzanti e ove si poteva prendere il caffè o altre bibite,
gestite da un malato. Ripetevo più o meno le esperienze napoletane
e quelle lucchesi di Fregionaia. Era mia intenzione costituire una
Banca degli ammalati autogestita, per sottrarre il danaro degli ammalati
a un losco individuo che vi faceva delle speculazioni, quando fu promulgato
il 13 maggio 1978 lo stralcio di legge N. 180.
Che cosa fece dopo la promulgazione della nuova legge?
Il primo luglio 1978 aprii il "Servizio Psichiatrico di Diagnosi
e Cura" all'Ospedale Civile di Milazzo. Eravamo, inizialmente,
costretti in due stanze, una per gli uomini ed una per le donne: in
tutto quattro ammalati, senza alcuno spazio per i medici, ed ero assistito
da un medico volontario. Ad ottobre dello stesso anno gli ammalati
occuparono altri locali di nuova costruzione ed in seguito mi fu affidato
un nuovo reparto per 15 ammalati. Cambiò, poi, la gestione
ospedaliera e fu nominato Presidente dell'USL un saggio contadino
comunista, Stefano Russo. Cominciai a lavorare con la vegetoterapia
reichiana ed il Servizio fu caratterizzato dalle "porte aperte",
tenute, cioè, sempre spalancate, dalle nove del mattino fino
alle venti di sera. Gli ammalati potevano uscire ed entrare in ogni
momento che piacesse a loro. Gli infermieri non potevano opporsi al
loro desiderio di uscire, sia che fossero stati ricoverati volontariamente
o non. Molti erano gli effetti che potevano derivare dalle porte aperte:
ridare effettivamente la libertà agli ammalati e insegnare
agli altri a rispettarli; concepire il Servizio di psichiatria come
tutti gli altri reparti, che non necessitavano di particolari condizioni
segreganti di sicurezza, come le sbarre alle finestre; dimostrare
che gli ammalati non erano affatto pericolosi; incidere sul cambiamento
di cultura degli infermieri, senza che gli stessi se ne accorgessero.
Mi sembrava inutile dire che gli ammalati erano persone che andavano
trattate con gentilezza. Con le porte chiuse gli infermieri realizzavano
quei comportamenti sadici che avevano appreso in ospedale psichiatrico.
Con le porte spalancate si sentivano essi stessi controllati ed erano
costretti ad essere gentili e umani, in quanto chiunque, e in qualsiasi
momento, poteva entrare, anche per curiosità, in reparto. Mi
assunsi ogni responsabilità derivante dalla libertà di
uscire degli ammalati, liberando gli infermieri dalla paura di essere,
eventualmente incolpati. Non si verificò alcun incidente. Quando
un ammalato, che era stato ricoverato tre mesi prima nel Servizio
di Psichiatria, aggredì una ragazza che passeggiava davanti
alla porta di casa, scoppiò il pandemonio. Fui ferocemente
attaccato dalla stampa e dal fior fiore degli psichiatri in televisione.
Risposi alla stessa televisione che l'ammalato era stato ricoverato
tre mesi prima e nonostante avesse, come tutti, la libertà di
uscire dal Servizio, in quel periodo non aveva aggredito alcuno. Feci
uno show televisivo, nel quale mi trattenevo amabilmente con un sociologo
che mi accompagnava, nulla sapendo di ciò che avrei fatto.
A un certo punto, dopo avergli chiesto il permesso, lo feci legare
strettamente per tutto il corpo da un infermiere, il solo che conosceva
i miei propositi. Il sociologo sulle prime scherzava e rideva, ma
presto si arrabbiò moltissimo e dimostrò verbalmente
tutta l'aggressività possibile. Dimostrai praticamente che
l'aggressività nasce dall'aggressività e che qualsiasi
persona legata, o costretta con la forza dentro un qualsiasi luogo,
diventa aggressiva e si ribella. Era una tecnica di mia invenzione
che avevo usato per un malato molto depresso che non reagiva ad alcuno
stimolo. Concludevo consigliando ai giovani di indossare vestiti molto
larghi per non eccitare i recettori tattili dell'epidermide, al fine
di non sentirsi costretti e conseguentemente aggressivi. Con tale
informazione dimostravo che quello che poteva essere scambiato per
un fenomeno da baraccone era sostenuto dalla conoscenza dell'anatomia
e della fisiologia anche se nessun testo ci ha insegnato che i recettori
tattili, eccitati possono scatenare aggressività. Era d'altra
parte l'unica dimostrazione che potevo dare sia allo psichiatra, Direttore
dell'Ospedale Giudiziario di Barcellona di Pozzo di Gotto che mi aveva
preceduto in televisione, sparando a zero contro Basaglia e contro
la legge 180, sia al medico igienista che mi aveva attaccato pubblicamente
sul giornale "La Gazzetta del Sud" nella sua qualifica di
consigliere alla Provincia Regionale di Messina, sia per sedare la
popolazione che era stata aizzata contro di me perché il Servizio
fosse chiuso, o affidato ad un medico che tenesse ferreamente gli
ammalati chiusi e segregati. Mi sembrò che la popolazione si
schierasse dalla mia parte perché aumentarono di botto le
richieste di ricovero al Servizio di Psichiatria di Milazzo.
Lei era basagliano?
Nella pratica sì, ma non sono mai stato iscritto a "Psichiatria
Democratica". Non avevo alcuna necessità di entrare in
possesso della tessera dell'associazione, ma certamente ero basagliano
e tale ero definito pubblicamente in senso dispregiativo. L'attacco
sui giornali mi fu portato nello stesso giorno della morte di Franco
Basaglia. Credo che i miei colleghi "antibasagliani", per
dire "ostili" alla legge 180, nascondessero dietro ideologie
politiche e scientifiche il loro terrore verso il malato psichico
che avevano visitato sempre in presenza di due, se non di quattro
infermieri ed avevano paura di assumersi la responsabilità di
ridare la libertà agli ammalati. Quei medici che accettarono
di guidare un Servizio Psichiatrico, riprodussero sul territorio lo
stesso modello manicomiale. A distanza di più di venti anni
dalla promulgazione della legge 180 accade, purtroppo, che se un malato
dà uno schiaffo ad un "operatore prete", finisce
per essere mandato sotto processo e condannato al manicomio criminale
e che non sia per nulla difeso dal medico. Quanta carità cristiana
con un ammalato indifeso! Altro che porgi "l'altra guancia"!
Dura lex, sed lex!
Dovrebbe valere per le persone normali, non per chi è senza
difese che oltretutto risulta essere ricoverato in una struttura psichiatrica.
Lei è un garantista?
E che significa garantismo? Mi pare una bellissima e dorata
parola delle persone che stanno nella trappola. Con il garantismo
spesso si scivola nella retorica per eludere il problema.
E quale sarebbe il problema?
Non lo conosco. Ma posso supporre, ad esempio, che il malato
abbia chiesto al "prete operatore" o al medico un fiammifero
per accendere una sigaretta e questi anziché dare una risposta
alla richiesta del malato abbiano detto: "Il ministro Sirchia
ha proibito di fumare in reparto" o "Gesù si dispiace
che tu fumi". Il malato non sa neppure chi è il ministro
Sirchia, né può comprendere come mai "Gesù possa
dispiacersi se egli fuma", anzi la risposta fa imbestialire il
povero disgraziato che nel suo delirio persecutorio non trova difesa
neppure in Gesù che vive, pertanto, come suo persecutore. Quello
che voglio dire è questo: se il malato ha manifestato la sua
aggressività, vuol dire che l'ambiente medico e infermieristico
ha usato violenza contro il malato. Da un punto di vista logico il
responsabile dell'aggressione espressa dal malato è il medico
o il prete-operatore. Dovrebbero, essi, finire al manicomio criminale
e non l'ammalato. Come vede, non si tratta di garantismo o di stare
dalla parte del malato per moda, per principio preconcetto, per ideologia
politica, ecc.
Quando andò a Taormina?
Nel 1985, a seguito di una graduatoria dei primari fatta
nel rispetto delle "famiglie" messinesi e non dei meriti
e dei titoli di ciascuno. Feci ricorso al TAR di Catania, vinsi e
fui collocato al primo posto e così dopo cinque anni tornai
all'USL di Messina Nord, come primario coordinatore, e come primario
del Servizio Psichiatrico dell'ospedale "R. Margherita".
Cosa fece a Taormina?
Essendo presidente della USL 40 il democristiano prof. Filippo
Valentini, istituii un pubblico servizio di psicoterapia reichiana
ufficializzato col nome di "Centro Sperimentale di Psicoterapia
Reichiana". Ero collaborato da tre medici, da una pedagogista,
da un'assistente sociale e da una laureata in lettere, tutti volontari.
Ogni giorno si facevano non meno di 20 psicoterapie reichiane per
un'utenza di circa 110 malati.
Come funzionava il Centro?
Come detto innanzi era frequentato da volontari; quando cominciò ad
arrivare un personale strutturato, questo entrò in conflitto
con i volontari che di fatto gestivano il Servizio. Io visitavo il
malato che poi affidavo, sotto la mia stretta sorveglianza, ad un
operatore che in un primo momento, consideravo alla stregua di un
esecutore materiale, come l'infermiere e stabilivo: "Questo ammalato
ha bisogno di fare per 10 sedute il tale acting terapeutico ed ogni
volta per 20 minuti. Dopo 10 sedute lo controlleremo". L'operatore,
fornito di un quaderno per ogni paziente, aveva il dovere di annotare
qualsiasi cosa accadesse durante i venti minuti: per esempio paura,
riso, pianto, rumori e movimenti intestinali o di stomaco, vibrazioni,
tremori o scosse nel corpo o in parti di esso, il sudore, il colore
e il calore della pelle e le loro eventuali modifiche: in definitiva
tutte le variazioni indotte dal sistema neurovegetativo. Alla fine
dell'acting l'operatore doveva chiedere al malato quali fossero stati "le
sensazioni, le emozioni, i pensieri" e nient'altro, senza commentarli
ma annotandoli. Se si trattava di ipertesi bisognava controllare i
valori della pressione arteriosa prima e dopo la seduta. Disponevo
di cinque stanze per la terapia, di cui due collocate ai lati di una
stanza osservatorio dotato di vetri riflettenti per poter guardare,
non visto, lo svolgimento delle sedute psicoterapeutiche allo scopo
di controllare ed eventualmente correggere il lavoro dei miei collaboratori.
L'osservatorio sarebbe dovuto essere attrezzato di cuffie per l'ascolto
e videocamera per la registrazione delle sedute al fine di studio
e di documentazione.
Come e quando finì l'esperienza di Taormina.
Quando tornai a Messina come primario coordinatore.
A Messina cosa ha realizzato?
Con il sostegno del Direttore Amministrativo dr. Giuseppe
Stancanelli, il Centro Psicogeriatrico di via Napoli con annessa casa
famiglia, la prima e la sola al di fuori dell'ospedale psichiatrico,
osteggiata da tutti i medici. Io mi battevo per la chiusura definitiva
del manicomio. Nel 1994 fui nominato Capo Settore della Salute Mentale
e Caposervizio per le tossicodipendenze fino al 23 luglio 1997, giorno
in cui fui denunciato dal manager dr. Francesco Poli alla Procura
della Repubblica con l'accusa di "sequestro di persona" per
il ricovero di un aspirante suicida che sentiva la voce di Gesù che
gli ordinava di raggiungere la moglie morta un anno prima. Napoleone
aveva chiesto ai giudici di affrettare la sentenza di morte contro
il duca d'Enghien, considerato che non poteva essere che di condanna.
Il nostro mi denuncia per " sequestro di persona" dodici
giorno prima di sentire le mie discolpe e le ragioni cliniche del
mio operato.
Quando ha costituito la Società Italiana di Psicoterapia Reichiana
e perché?
Nel 1988 per gratificare i medici e le persone che frequentavano
il Centro di Taormina ma anche per obbligarli a sottoporsi ad un training
personale presso medici reichiani, così come avevo fatto io
stesso. Nello Statuto era prescritto l'obbligo di frequentare il Centro
per almeno due anni. Si prevedeva la figura del vegetoterapeuta e
dell'operatore orgonomico per i non medici. Inviai più di un
medico presso i miei colleghi napoletani. Qualche mese prima di tornare
a Messina, il 15 luglio 1989, in qualità di Presidente dell'
Associazione tenni un convegno "Una giornata di studi reichiani" al
quale parteciparono alcuni colleghi napoletani e romani: Federico
Navarro, Piero Borrelli, Genovino Ferri, Carmine Meringolo. Fu un
successo scientifico, ma mi resi conto che sarebbe stato necessario
prima formare gli analisti, anziché inviarli ai miei colleghi,
e poi costituire la società che pertanto è rimasta inattiva
fino a quando non ho formato i primi terapeuti, Paola Mazzorana, Giovanna
Dorigo, Maria Grazia Saporito, Rosario Iannello, Primo Dorigo e Valeria
Esposito, i quali, ultimato il loro training personale, hanno cominciato
a lavorare ed anche molto bene.
Perché lei mandava i medici presso altri suoi colleghi per la
formazione?
Perché erano persone che si erano presentate a me nella pubblica
amministrazione e perciò mi sembrava corretto, sia verso di
loro, sia verso l'istituzione non indirizzarli al mio studio privato;
poi, dal momento che lavoravano con me, per evitare che agissero il
transfert negativo in danno degli ammalati che affidavo loro, se li
avessi presi io in analisi.
Quali pazienti si rivolgono a voi.
Come può rilevare dal mio curriculum, sono venuto a contatto
con tutte le forme di malattie psichiche e alcune fisiche molto gravi
ed ho fatto esperienze assolutamente straordinarie che non si possono
fare in uno studio privato. Se oggi mi capitasse un soggetto affetto
da miosite ossificante, mi piacerebbe sperimentare quale risposta
si avrebbe con l'applicazione della vegetoterapia, considerato che
non esistono farmaci per curarla. Sono venuto a contatto con gravi
ammalati, oligofrenici, schizofrenici, artistici, anoressici, epilettici,
depressi, psiconevrotici, malati di Alzeimer, sclerosi in placche,
pseudoipertrofia muscolare, vasculopatia sistemica su base immunitaria
e finanche un caso di paresi agli arti inferiori in seguito ad embolia
gassosa da immersione. Tutti hanno tratto beneficio dalla vegetoterapia
caratteroanalitica. Ho una preclusione soltanto per i paranoici che,
del resto, non chiedono mai un aiuto né medico né psicoterapeutico.
Ma una certa idea ce l'avrei che potrebbe sperimentarsi soltanto in
clinica universitaria. Nel proprio studio o presso le USL si rischierebbe
il carcere. Ma anche lì è difficile che giungano dei
paranoici puri, forse solo a seguito di fatti aggressivi e delittuosi.
Lei ha curato queste malattie? Curerebbe la miosite ossificante?
Bisogna mettersi d'accordo sul concetto di guarigione. Se
un'ammalata, affetta da pseudoipertrofia muscolare costretta a fermarsi
ogni due passi, dopo alcune sedute di vegetoterapia, contorcendosi,
corre dietro una gallina, e migliora il suo tono dell'umore, e si
sente donna come le altre tanto da intraprendere una vita amorosa,
si può parlare tranquillamente di miglioramento della sintomatologia
e non di guarigione della malattia. Se una persona affetta da Alzeimer,
dopo alcune sedute, riconosce le persone che le stanno intorno e sa
dirne i nomi, mi pare che si debba parlare di modifica della sintomatologia,
certamente non di guarigione, né ci si può aspettare
che il tale soggetto vada all'Università della terza età.
Se una grave epilettica con sette, dieci crisi epilettiche generalizzate
al giorno, dopo poche sedute di vegetoterapia, presenta una o al massimo
due crisi e, uscendo da uno stato onirico permanente, comincia a preparare
un piatto di pasta asciutta al marito, non si può parlare di
guarigione, ma certamente di un miglioramento della sintomatologia.
Altrettanto dicasi per la signora affetta da vasculopatia sistemica,
se con la vegetoterapia si stabilizza la pressione arteriosa, migliora
la grave astenia e si innalza il tono dell'umore. Altrettanto dicasi
di una sclerotica in placche costretta a letto, che dopo qualche seduta
arranca con la sua cinquecento su un contorto e stretto vicolo lungo
a doppio senso, dimostrando di avere recuperato la capacità di
dare ordini precisi ai suoi piedi, alle sue gambe e alle sue mani
e di coordinarli. Certamente non si può parlare di guarigione,
ma di un reale miglioramento della sintomatologia.
Ma la sclerosi in placche non è una malattia che può avere
delle remissioni spontanee?
E chi le nega? Si può convenire tranquillamente che la vegetoterapia
faciliti le remissioni spontanee.
Lei, dunque, prenderebbe in cura un soggetto affetto da miosite ossificante?
Certamente. Ma in via sperimentale, non con la certezza di
giovare al malato. E' possibile addirittura che si ottengano effetti
negativi e che la vegetoterapia acceleri il processo di ossificazione
dei muscoli, ma proprio le remissioni spontanee della sclerosi fanno
porre delle riflessioni e la lezione che ne deriva è che la
natura per se stessa tende a riparare i guasti prodotti. Si tratterebbe,
quindi, di aiutarla in questa sua specifica funzione. Solo così si
può spiegare perché la vegetoterapia può rilevarsi
uno strumento potente per curare una cefalea essenziale o a grappolo.
La vegetoterapia non è una panacea e neppure un trattamento
magico o metafisico, essa lavora con l'energia vitale o energia orgonica
e smuove le forze vitali. Il corpo del malato può essere considerato
arido come la terra nei periodi di siccità. Ma quando, poi,
piove, ogni albero assorbe quella quantità di acqua di cui
ha bisogno, secondo la sua natura. Così i vari organi di un
corpo umano.
Ma questo è il principio reichiano dell'autoregolazione?
Esattamente. Io porto la mia testimonianza come medico per
quello che ho osservato e non intendo affermare categoricamente che
la sclerosi in placche possa curarsi con la vegetoterapia. Intendo
richiamare l'attenzione sulla saggezza del corpo del biologo
Cannon e sulla regolazione come fatto biologico per eccellenza di
George Canguilhelm. Wilhelm Reich persegue con una costanza straordinaria
il principio dell'autoregolazione che occupa un posto centrale nel
suo pensiero. Esso si fonda su basi biologiche non contestabili ed
interessa l'individuo per quanto riguarda la sua salute psichica e
fisica ed interessa l'individuo nella società. Dell'importanza
che riveste il principio di autoregolazione egli scrive: "Nessun
elemento della mia teoria ha attirato sul mio lavoro e sulla mia esistenza
pericoli più grandi, di quanti ne abbia attirati l'asserzione
secondo cui l'autoregolazione è possibile, esiste attualmente
ed è suscettibile di una estensione universale".
Perché l'individuo e con quale meccanismo?
Nell'individuo l'orgasmo sessuale che ha la funzione di preservarlo
dalla malattia e di renderlo mentalmente libero. Tutti i metodi di
trattamento terapeutico adottati da Reich, dalla psicoanalisi freudiana
all'orgonoterapia hanno mirato sempre a restituire al soggetto la
capacità di autoregolazione sessuale. Egli già nell' "Analisi
del carattere" scrive: "Una sola cosa è in grado
di eliminare le nevrosi caratteriali e con esse tutto il seguito di
differenti pesti emozionali: il ristabilimento dell'amore naturale" e
più tardi definisce come obiettivo terapeutico "togliere
l'energia delle inibizioni morali e sostituire ad esse l'autoregolazione
libidica".
E per la società?
Giungiamo all'esergo reichiano: "l'amore, il lavoro e la conoscenza
sono le fonti della nostra vita. Dovrebbero anche conservarla." Il
lavoro è un bisogno libidico e pertanto ha il primato sulla
politica. Tutti, infatti, sentono il bisogno di lavorare, a prescindere
dalla necessità economica, non tutti quello di fare politica.
L'autoregolazione nel mondo del lavoro conduce alla Democrazia del
Lavoro che rappresenta la bestia nera di tutti i partiti politici,
dei sindacati e delle persone che sfruttano il lavoro dell'uomo, lo
snaturano dalla funzione libidica fino alla sua degradazione come
penoso dovere, come condanna e come schiavitù.
Questa è un'utopia.
Tutto ciò che ha scritto Reich sembra essere utopia, ma la
sua non è una ideologia: é il risultato di studi approfonditi
di biologia. Basta pensare, leggendo "La biopatia del cancro",
che nessun fisiologo o biologo ha dato, all'infuori di Reich, una
spiegazione comprensibile dell'assimilazione del cibo attraverso i
villi delle mucose intestinali, che, secondo lui, avviene perché il
cibo è trasformato in un ammasso di bioni e risponde alle leggi
sull'energia orgonica, mentre la fisiologia usa termini di meccanica
idraulica, privi di significato biologico. La "Democrazia del
Lavoro", funzionando secondo il principio dell'autoregolazione
, non riconosce poteri o costrizioni esterni, non si propone alcun
profitto e intende soddisfare un'istanza libidica: il lavoro è un
piacere. Lo dimostrano le esperienze dell'autogestione nel 1973 della
fabbrica di orologi Lip di Besancon e i movimenti antiglobal ed altri
in difesa della natura e dell'ambiente. Reich conclude che la democrazia
del lavoro è già in atto e può diventare universale.
Ritornando alla vegetoterapia: questa funziona come la pranoterapia?
La differenza sta nel fatto che con la pranoterapia l'energia
viene fornita dall'esterno con effetti, quindi, miracolosi, ma spesso
non duraturi, mentre con la vegetoterapia il corpo del malato apprende
a servirsi della sua stessa energia che era bloccata da qualche parte.
Ha curato i tossicodipendenti? Con che risultati?
Sì. Alcuni casi con ottimi risultati, altri con clamorosi fallimenti.
La vegetoterapia nel tossicodipendente stimola una naturale tendenza
alla guarigione, la loro parte buona e la costruzione o il rafforzamento
del loro Io. Ma per mia esperienza dovrebbero essere allontanati dal
loro ambiente malato, spesso molto repressivo che li ha spinti verso
la droga. In comunità dovrebbero essere trattati con comprensione
umana assicurando la libertà di pensiero e di azione, senza
imbottirli di consigli e di idee che vanno dalla metafisica al condizionamento
di tipo skinneriano. Ho visto più di un ragazzo trattato in
comunità. Mi è sembrato di parlare con persone senza
alcuna reale crescita, con dei fantocci, con dei libri aperti che
non sentivano quanto dicevano. Abbiamo in terapia, proprio in questo
momento, una tossicodipendente. I genitori si sono rivolti anche alla
struttura pubblica. La psicologa dell'USL ha posto l'aut-aut: o la
psicoterapia familiare o la vegetoterapia. La ragazza che si trova
molto bene con la nostra vegetoterapeuta è andata in crisi
perché ha già tratto giovamento dalla vegetoterapia
che intende continuare. I genitori appoggiati dalla psicologa della
struttura pubblica le proibiscono di fare la vegetoterapia.
Non potreste anche voi porre un aut-aut alla ragazza?
E come si fa? La psicoterapia familiare, con una seduta ogni
15 giorni, può modificare la relazione familiare, ma non quella
profonda della ragazza. E se anche ipotizzassimo che è destinata
al fallimento, non possiamo ostacolare l'unica possibilità di
incontro con i suoi genitori. Noi operiamo sul soggetto individualmente
e sul soggetto nel gruppo. Possiamo praticare una vegetoterapia di
coppia o di coppie nel gruppo, quando vi sia una reciproca accettazione
nella coppia di mettersi in discussione. Ma non è concepibile
una vegetoterapia familiare con padre, madre e figlio. Per motivi
di difesa dalle chiacchiere, spesso ho consentito al partner di assistere
alla seduta del malato/a. Debbo concludere che sono state le vegetoterapie
meglio riuscite perché il partner impara a rispettare le sofferenze
del compagno/a e ad amarlo/a. Soprattutto non ostacola la terapia
ed assume un ruolo attivo e non passivo verso la terapia. In un certo
senso il partner diventa un co-terapeuta che sostiene il malato/a
in caso di crisi e di dubbio. Le donne meglio degli uomini. Ma è sufficiente
che il partner accompagni il malato/o. Naturalmente questa non è la
regola e va valutato caso per caso: bisognerebbe smetterla di pretendere
di fissare il setting terapeutico, o regole come quella della nostra
psicologa che, ex cattedra, decreta il suo aut-aut, senza rendersi
conto del danno che può arrecare alla sua paziente. Il setting
terapeutico è variabile anche nella stessa seduta. Per la seduta
di una schizofrenica che, pur migliorando nel comportamento, dopo
circa 60-70 sedute non verbalizzava alcun contenuto emotivo, presentandosene
l'occasione, ho introdotto nel setting terapeutico due giovani pazienti
a lei sconosciuti e suo padre, dichiarando che intendevo darle una
strigliata. Ho interrogato i due giovani a riferire le loro difficoltà nello
studio e le cause chiarite in analisi. Nella seduta successiva, finalmente,
la paziente si è presentata con un bel sorriso e mi ha salutato
con un buonasera.
Lei nella sua attività non ha mai prescritto farmaci?
Ho prescritto il farmaco, ogni qualvolta l'ho giudicato necessario
e in dosaggi minimi, ma sufficienti.
Minimi ma sufficienti, vuole chiarire?
La pratica della psicoterapia associata al farmaco fa ridurre
di molto il suo dosaggio. Credo che ciò sia facilmente comprensibile.
Tutti gli ammalati psichici presentano un blocco del diaframma, anzi
posso dire che è una costante negli schizofrenici che non sopportano
un normale carico di ossigeno. Essi si difendono bloccando il diaframma
e respirano molto superficialmente, quel tanto per non morire. E'
un fatto osservato da tutti gli autori che hanno studiato la schizofrenia.
In condizioni di riposo assumono dieci volumi di aria quando sarebbe
necessario assumerne ottanta, cento. Per fare ciò, bloccano
il diaframma che comporta il blocco di tutti i visceri addominali,
il che tradotto in termini di circolazione sanguigna, significa ristagno
o rallentamento di sangue scarsamente ossigenato nei visceri addominali.
Dobbiamo, quindi, somministrare a un tale soggetto la quantità di
10 X farmaco, perché possa raggiungere l'effetto terapeutico.
La situazione terapeutica è molto vicina alla tossicosi, è necessario,
quasi, intossicare il malato perché il farmaco dia un risultato
terapeutico efficace. Se, invece, al soggetto sblocchiamo il diaframma
ed egli comincia a respirare naturalmente, la prima cosa che osserviamo è il
ripristino di una respirazione addominale insieme a quella toracica.
La circolazione del sangue migliora e gli organi addominali, fegato,
milza, pancreas, reni e intestino, sollecitati anch'essi dal movimento
del diaframma, ricevono sangue più ossigenato e con questo
il farmaco che trasporta. Mi sembra ovvio a questo punto concludere
che al malato si possa somministrare una quantità di 1 X farmaco
e non 10, che svolga i suoi effetti terapeutici senza intossicarlo
perché oltretutto, migliorata la circolazione sanguigna negli
organi addominali, questi svolgono meglio la loro funzione disintossicante
di eliminazione.
Basterebbe quindi ripristinare la respirazione naturale, cioè sbloccare
il diaframma per raggiungere dei risultati terapeutici?
Sì, in un certo senso è così. Potremmo dire che
lo scopo di una terapia è ripristinare la respirazione. Quando
il soggetto respira naturalmente tutte le altre funzioni organismiche
riprendono a funzionare. Ma bisogna stare attenti. Perché lo
schizofrenico blocca il diaframma? Per difendersi dall'angoscia. Sbloccare
direttamente il diaframma agendo su di esso, con l'invito per esempio
a respirare profondamente, significa creargli il disastro.
Lei come opera?
Lavoro partendo dai segmenti superiori. Lavorando sugli occhi,
l'attivazione del diaframma, anche se tumultuosa, è compresa, è storicizzata
dal malato. L'emozione liberata, di gioia, di dolore, di paura, di
angoscia, di terrore, è legata ad un fatto preciso che la
persona vede, rivive o ricorda. L'angoscia, che il paziente teneva
a bada con il blocco del diaframma, viene riferita ad un fatto preciso.
Lavorare direttamente sul diaframma, specie nello schizofrenico, significa
liberare angoscia pura, senza che il malato comprenda da dove nasce,
da dove prende origine. Questo significa buttarlo in un baratro.
Perché lei dà tanta importanza al diaframma?
Perché il diaframma è il muscolo delle emozioni. Immagini
che un bambino giochi tranquillamente in un prato. Ad un certo punto
entra in scena un adulto e con uno sguardo, più o meno di disapprovazione,
gli comunica che sta facendo qualche cosa di molto pericoloso e cattivo.
La reazione spontanea del bambino sarà quella di bloccare istantaneamente
la respirazione, cioè il diaframma. Ora, se tiene presente
che il diaframma entra in funzione nel momento stesso in cui un individuo
viene alla luce, comprenderà l'importanza del diaframma, per
tutti gli stati emozionali cui, fin dall'inizio della vita extrauterina,
ha dovuto far fronte. Comprenderà anche perché nello
schizofrenico è sconsigliabile nella maniera più assoluta
sbloccare direttamente il diaframma: si libererebbero oscuri stati
emozionali angoscianti che il soggetto non può controllare
per il semplice fatto che all'epoca dei fatti non possedeva le parole
per definirli.
Perché lei parlando di disturbo psichico si riferisce alla schizofrenia?
Perché in psichiatria è la malattia più grave.
Escludere la schizofrenia dal proprio campo di studio e di terapia,
curando soltanto le nevrosi e le isterie, mi pare un'operazione molto
limitativa.
Intervistatore: Ha curato la malattia cancerosa?
Nessuna esperienza in proposito, sebbene Reich avesse scritto "La
biopatia del cancro". Le esperienze reichiane con l'accumulatore
orgonico andrebbero ripetute e verificate in cliniche specializzate,
senza escludere la chirurgia ed il farmaco. Comunque Reich usava l'accumulatore
per scopi sperimentali, per accertare l'origine e le cause della malattia
cancerosa. Proponeva, semmai, la prevenzione della malattia con l'uso
dell'accumulatore. Da questo equivoco nacque la persecuzione allo
scienziato. Come se, alla fine di questa intervista, lei, erroneamente,
fosse convinto che io abbia dichiarato di essere in grado di curare
la miosite ossificante con la vegetoterapia, mentre a scopo di studio
e sperimentale, sarei curioso di conoscerne gli effetti positivi,
o negativi, o nulli che siano su questa terribile malattia genetica.
Mi pare che questo dovrebbe essere l'atteggiamento del medico e mi
rendo conto che spesso la naturale tendenza all'osservazione, spesso è scambiata
per paranoia o fantasia e proprio perché si mette in dubbio
un sapere dato per certo.
Quali malattie possono migliorare con la vegetoterapia, considerato
che lei rifiuta l'espressione guarigione?
Bisognerebbe definire il concetto di salute, comunque, teoricamente
tutta la patologia umana può giovarsi della vegetoterapia,
o dell'orgonoterapia. Esiste, infatti, oltre all'orgonomia psichiatrica,
anche un'orgonomia che riguarda la medicina interna, curata da Giuseppe
Cammarella sulla rivista "Scienza orgonomica". Possiamo
ipotizzare un'orgonomia oculistica, o dell'apparato digerente, od
urinario. Và da se che le varie branche dovrebbero essere curate
da oculisti, internisti e nefrologi che rivedano il loro specifico
sapere alla luce dell'orgonomia reichiana, che siano cioè oculisti
orgonomici, internisti orgonomici, nefrologi orgonomici. Se ciò si
avvererà la medicina farà un grande salto di qualità.
Oltretutto si ritroverebbe una comune radice di sapere medico che
con le specializzazioni sembra essere andato perduto. Io come psichiatra
sono venuto a contatto con gli epilettici e con tutti i disturbati
psichici e con pochi casi neurologici di cui ho riferito sopra.
Vuole dare un giudizio su W. Reich e la sua opera?
Reich è uno scienziato scomodo, inquietante, esplosivo. Parlando
di se stesso scrive: "Io sarei perseguitato tanto nell'Unione
Sovietica che negli Stati Uniti". In Europa fu espulso dalla
Società Psicanalitica e dal Partito Comunista Tedesco. Questa
doppia espulsione dovrebbe far meditare tutte le persone che sono
o si ritengono essere in buona fede. Per sfuggire al nazismo che,
invece, Freud non considerava pericoloso, riparò prima in Svezia
e poi in Norvegia. Di qui nel 1939 si recò negli Stati Uniti
ove fu condannato al carcere per disprezzo della Corte e morì in
carcere. La scoperta dell'energia orgonica pone problemi alla fisica,
all'astrofisica, alla medicina, alla biologia, alla politica, all'economia,
alla morale, alla sociologia e finanche al modello del pensiero. In "Etere,
Dio e Diavolo" oppone il processo del pensiero funzionale alle
forme di pensiero meccanicistiche e mistiche. In queste ultime due
forme il pensiero è determinato dalla corazze muscolari. " 'Dio',
come rappresentazione delle forze naturali della vita e della bioenergia
dell'uomo, e 'Diavolo', come rappresentazione delle perversione di
queste forze vitali, costituiscono la conclusione emergente dallo
studio analitico caratteriale della natura umana". I vizi
e le virtù, nascendo dalle corazze caratteriali e muscolari,
non sono una manifestazione del 'Diavolo', né un dono di 'Dio'.
Mi sembra che solo questo sia sufficiente perché lo scienziato
sia respinto, odiato, rifiutato e ignorato, anche se poi gli scienziati
perseguendo il pensiero meccanicistico ogni giorno trovano un gene
per spiegare vizi e virtù.
Che cosa è l'energia orgonica cosmica?
Reich nella "Biopatia del cancro" dimostra dettagliatamente
la formazione dei bioni, particelle subcellulari ricche di energia
orgonica e dà una dimostrazione oggettiva dell'esistenza della
radiazione orgonica. Dimostra che esiste un'energia cosmica primordiale
che definisce Orgone, presente in tutto l'universo, distinta dall'energia
elettrica, da quella magnetica e da quella atomica. L'Orgone, privo
di massa, si muove contraendosi ed espandendosi, è, cioè,
un' energia pulsatile ed è attratta da un campo energetico
che sia più ricco rispetto ad un campo più povero. Rifugge
dal freddo e si espande con il calore. In una bottiglia d'acqua posta
in un frigo, man mano che l'acqua si ghiaccia, l'energia orgonica
si ritira al centro della bottiglia contraendosi e si espande verso
la superficie della bottiglia, man mano che il ghiaccio si scioglie
per effetto del calore. Le diverse sostanze reagiscono ad essa in
maniera specifica. Il materiale organico l'attira e la conserva, i
metalli l'attirano e la respingono istantaneamente.
Come si costruisce un accumulatore orgonico?
Se questi sono i principi della fisica orgonica diventa semplice
interpretare il funzionamento della vita, la patologia umana, la psicologia
delle masse, la formazione delle galassie, la desertificazione, la
pioggia. Una cosa è sparare la neve con un cannone sulle piste
da sci ed altra cosa è sparare energia orgonica per far piovere.
Ecco perché Reich è uno scienziato globale. Diventa
altrettanto semplice costruire un accumulatore orgonico che è un
cubo o parallelepipedo costituito da una parete metallica interna
che rinvia l'energia all'interno del volume e uno strato esterno di
materia organica che assorbe l'orgone atmosferico e ne trasmette una
parte alla parete metallica che la respinge verso l'interno in un
costante processo di concentrazione. L'alternanza di più pareti
con materiale metallico e materiale organico permette una più rapida
e forte concentrazione dell'energia orgonica. A parte le esperienze
biologiche condotte da Reich, sono significative l'aumento di temperatura
nell'accumulatore e l'esperimento Oranur.
In che consiste?
Reich si propose, col gradimento della NASA, che gli fornì un
milligrammo di radium, di contrastare l'energia nucleare con l'energia
orgonica. Mise il milligrammo di radium nell'accumulatore, ma ottenne
esattamente il contrario di quanto egli sperava. L'energia orgonica
potenziò moltissimo l'energia radiante che uccise gli animali
del laboratorio e produsse allo stesso Reich una dermatite da radiazioni.
Ma Reich non fu processato a causa dell'accumulatore orgonico?
Per l'appunto. Reich trasmetteva alla NASA dettagliate relazioni
sulle esperienze che andava conducendo. Secondo me, è una mia
opinione, la scoperta della nuova energia con le sue possibili applicazioni
nel campo civile e nel campo militare dovette spaventare molto le
autorità americane. Come tenere segreta la scoperta della nuova
energia e le sue applicazioni, dal momento che Reich aveva mandato
ai suoi allievi a Parigi e a Tel Aviv gli stessi protocolli spediti
alla NASA? Non v'era altro mezzo che montare una campagna diffamatoria
sulla pazzia di Reich perché le sue opere non entrassero nel
mondo scientifico internazionale e venissero rifiutate dalla Scienza
Ufficiale. Ho il sospetto che lo stesso Einstein, o meglio il suo
assistente, facesse parte della congiura per screditare Reich scientificamente
perché è impossibile che il grande fisico decretasse
che l'aumento di temperatura nell'accumulatore orgonico sia stato
determinato per convezione e non dall'energia orgonica accumulata
in quella semplice e banale scatola con pareti di lamine metalliche
alternate a lamine di materiale organico. Per convezione la temperatura
all'interno dell'accumulatore sarebbe dovuta essere uguale a quella
esterna e non maggiore di circa un grado centigrado. Ho il sospetto
che il grande sviluppo avuto in America e in Europa di alcune scuole
fondate da alcuni suoi allievi, allo scopo di distruggere la vegetoterapia
e vanificare le scoperte reichiane, siano state fortemente incentivate
e sostenute dall'Intelligence americana. Lo sviluppo delle tecniche
di terapia, con sigle diverse dalla vegetoterapia caratteroanalitica,
sebbene siano tutte basate sulla mobilizzazione dell'energia vitale,
hanno fatto passare in secondo piano la grande scoperta reichiana,
quella dell'orgone, con tutte le sue implicazioni fisiche, sociali,
politiche ed economiche.
Lei così crede?
G. N.: Da come sono andate le cose, si possono trarre solo
queste conclusioni. Ricordo che i fisici negli ultimi anni hanno scoperto
una nuova energia che hanno definito "VI energia". Si tratta
dell'energia orgonica? Così i biologi hanno dato un diverso
nome ai bioni scoperti da Reich, quando si sono imbattuti nella loro
presenza. Peccato che i politici, quelli forniti di buona volontà e
con corazza caratteriale abbastanza morbida, non abbiano studiato
e approfondito le opere di W. Reich. Reich aveva previsto che molti
avrebbero usato la vegetoterapia per distruggere la sua opera. Aveva,
però, fornito gli strumenti perché si realizzasse l'antico
sogno dei cavalieri della tavola rotonda per risolvere il dramma eterno
dell'uomo in lotta tra la realtà e l'ideale, tra il Male e
il Bene. Con la scoperta della peste psichica il Male non è un'entità metafisica,
ma una realtà nelle corazze dell'uomo e nel sistema neurovegetativo
da trattare come una malattia, di stretta pertinenza del medico, quindi,
e non del teologo. Ma purtroppo alcuni suoi allievi, pur innovando
la tecnica terapeutica, non ebbero l'umiltà di inscrivere le
loro osservazioni e i loro contributi clinici nella scienza reichiana
e dalla semplicità di Reich passarono al semplicismo sconfinando
nella meditazione Zen e nell'esperienza trascendentale, quanto di
più opposto alla nuova scienza iniziata da Reich, che si era
sempre opposto a questa deriva. Dall'opera di Reich hanno estrapolato
la parte terapeutica, a volte stravolgendola. Sembra che ovunque gli
allievi di Reich si siano gemmati come spore, vivendo ciascuno di
vita propria ed autonoma, realizzando un modello terapeutico, secondo
la personale caratteropatia. Molti altri nella loro pratica terapeutica
attuano principi o tecniche reichiani senza neppure saperlo. Per esempio
alcune scuole, in maniera semplicistica e meccanicistica, usano far
muovere gli occhi per interconnettere i due emisferi cerebrali, senza
registrare il contenuto emozionale che emerge e senza rendersi conto
degli spunti deliranti che potrebbero indurre. La psicologia è il
grande mare che raccoglie le acque di tutti i fiumi e ruscelli insieme
a tutti i detriti, a volte velenosissimi, che trasportano.
Quali sono state le sue letture che riguardano la psicoterapia?
Ai miei tempi, durante il corso di laurea in Medicina, Freud
non era neppure nominato. Le prime letture furono le due opere della
Freida Fromm Reichmann che il dr. della Pietra acquistò a Milano
durante un convegno. Un'ora al giorno le studiavamo in ospedale. Seguirono
Sullivan, Klein, Cooper, Laing, Hornei, Basaglia, Jones, Ferenczi,
Musatti, T. Reik, ed altri. Non va dimenticata tutta la letteratura
classica, da Omero a Sofocle, da Virgilio a Dante, da Petrarca a Leopardi,
da Foscolo a Pirandello.
Come giunse a Reich?
Nel 1972-73 avevo già pubblicato "Teatro e psichiatria"e
Federico Navarro mi convocò nel suo studio. Sul suo tavolo
teneva la rivista "La Rota", apprezzò il mio lavoro,
ma mi disse che non bastava ed in venti minuti mi spiegò la
teoria dei sette anelli reichiani. Ne afferrai subito l'importanza;
finalmente, scoprii con sorpresa, c'era stato qualcuno che aveva interpretato
le malattie mentali in termini strettamente medici, riferibili alle
funzioni del corpo umano e che potevano trovare una soluzione correggendo
quelle disfunzioni corporee. La libido freudiana di natura metafisica
diventava una realtà come energia vitale e l'inconscio freudiano
trovava una collocazione ben precisa nel sistema neurovegetativo,
nelle corazze muscolari e nei vari organi e apparati. Mi indicò come
terapeuta il dr. Giorgio Salmoni e dopo due giorni cominciai la mia
avventura reichiana, che si protrasse fino al 1977. La interruppi
per un anno a causa del mio trasferimento a Messina. La ripresi nel
1979 con il dr. Piero Borrelli, sempre su indicazione di Federico
Navarro, fino al 1985, quando ritenne che la mia analisi era stata
ultimata. Nell'intervallo praticai gestalterapia con Mastrosimone.
Non ho mai capito perché i medici rifiutassero ed osteggiassero
uno scienziato come W. Reich che fa un discorso medico, che parla
di contratture muscolari, di simpatico e di parasimpatico, di contrazione
e di espansione di tutti i tessuti viventi e di tutte le cellule,
di occhi e di orecchie, di bocca e di lingua, di collo, di torace,
di diaframma, di intestino, di pelvi, di braccia e di piedi e delle
loro funzioni.
Quale è, in definitiva, il suo modello terapeutico?
E' un modello medico o meglio è il modello reichiano, in accordo
con l'anatomia e la fisiologia umana: vale a dire che il lavoro sul
malato comincia dai segmenti superiori perché lo sviluppo dell'individuo
ha una direzione cranio-caudale. E' un grave errore intervenire manualmente,
come ha scritto un famoso psicoterapeuta, per risolvere un vaginismo,
senza avere lavorato prima sugli occhi per risolvere quelle cause
remote che lo mantengono. L'energia liberata ingolferebbe il segmento
oculare e la donna comincerebbe a presentare un delirio persecutorio
o un attacco di panico in presenza di uomini. A che serve il vaginismo?
A che serve l'attacco di panico in una donna che abbia superato il
vaginismo con una manipolazione vaginale da parte di un medico? Le
due espressioni sintomatiche, entrambe, servono a non permettere un
amplesso sessuale. E' un errore far lavorare una persona sugli arti
inferiori senza risolvere tutte le tragedie che stanno a monte. Sarebbe
come mettere un bimbo di 14 mesi in piazza Plebiscito: si spaventerebbe,
nulla di più.
Oltre a Reich quale altro autore consiglierebbe?
Sigmund Freud, naturalmente.
Chi considera suoi maestri?
Tutte le persone che mi hanno insegnato qualcosa, a cominciare
dal maestro delle scuole elementari. Ma i miei grandi maestri sono
stati gli ammalati.
Lei come si colloca politicamente?
Mal sopportavo le beghe politiche cui avevo assistito fin
da ragazzo, per cui ho cercato di mantenere la mia indipendenza ed
autonomia e rifiutato altresì il ruolo del gregario pronto
a cambiare casacca: mi mancava e mi manca il senso dell'opportunismo
per sfruttare il cambiamento politico in favore della carriera e di
un personale interesse, perché ho sempre saputo, forse erroneamente,
che la virtù si apprezza anche e soprattutto nel nemico. A
Messina mi iscrissi al Partito Socialista Italiano, ma non frequentai
mai la sede del partito, soltanto l'Officina 89 dove, mensilmente,
tenevo una conferenza su Reich o sulle problematiche che nascevano
dalla legge N. 180. Nel 1985, dopo la graduatoria dei primari che
mi collocava all'ultimo posto, scrissi una lettera a Craxi con la
quale comunicavo le mie dimissioni dal partito e rimettevo al Presidente
della Repubblica l'onorificenza ottenuta per il lavoro "Panel
Terapeutico ed esperienze filmiche". Gli studi classici avevano
fatto di me un civis, un cittadino leale, ma non un gregario, ed ho
dialogato, senza alcun pregiudizio, con un fanatico guelfo o con un
arrabbiato ghibellino. Ma a pensarci bene, ritagliarmi un piccolo
e modesto spazio nel mondo scientifico, forse per me è stata
una via di fuga dalla partecipazione politica attiva, anche se mi
rendo conto che ho fatto sempre politica attivissima nella pratica
giornaliera della mia professione e nel mentre che esprimo il pensiero
reichiano. E' come essere basagliano nei fatti e nel contempo rifiutare
di iscriversi a Psichiatria Democratica.
I suoi rapporti con la pubblica amministrazione? Glielo chiedo perché lei,
spesso, si è riferito a un medico, o a un personaggio più o meno
importante nel suo ambiente di lavoro.
Mi è sembrato doveroso dimostrare gratitudine verso quelle
persone che mi hanno aiutato o mi hanno insegnato qualche cosa. Posso
dichiarare che i rapporti con le istituzioni sono stati più o
meno buoni, anche se spesso conflittuali. Ho cercato di modificare
il mio ambiente lavorativo a misura del mio sapere scientifico, secondo
quelle modifiche che potevo realizzare. Ho criticato ma non ho mai
disprezzato l'amministrazione che mi assicurava lo stipendio. Non
mi sono mai sdoppiato in psichiatra che prescrive farmaci nel pubblico
e in psichiatra psicoterapeuta nel privato. Questo è un grosso
problema. Credo che non ci si debba dissociare professionalmente,
anche se costa molta fatica e crea molte inimicizie gratuite che non
avrebbero ragione di essere.
Una sua opinione sulla cultura psicoanalitica e più in generale
sulla cultura.
Potrei rispondere con una bellissima frase di Thoreau riportata
da Theodor Reik: "Se uno non va al passo con i suoi compagni, è forse
perché ode un tamburo diverso. Lasciatelo marciare secondo
la musica che sente, per quanto discreta o lontana". Il
guaio è che la musica sembra avere tutta la stessa origine
e la stessa finalità perché è mal costruita la
dinamica del pensare, anche per le culture cosiddette alternative.
Per la cultura in generale posso dire che opere eccellenti di famosissimi
scrittori, spesso ripropongono e finiscono col fare riaffermare e
consolidare quei modelli deviati o patologici di comportamenti umani
che sottopongono a critica. Credo che la migliore cultura per un popolo
sia quella musicale e in particolare per il popolo italiano le opere
liriche che lasciano la libertà per l'interpretazione e per
la catarsi individuale, cioè per la crescita, per la maturazione.
L'opera lirica educa e può far crescere le persone, senza la
pretesa di imporre sapere e conoscenze.
Quanti lavori ha scritto?
Una cinquantina di lavori monografici e 7- 8 libri. Tra questi
segnalo "La nascita della parola e del pensiero", "La
terapia reichiana delle epilessie", "Zanclea nella Villa
dei Misteri in Pompei antica", che è la prima parte di
un lavoro in cui mi riprometto di raccontare, in una cornice fantastica
e con linguaggio poetico, alcuni casi clinici di mia osservazione
e la pratica della vegetoterapia.
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