
societa' italiana di Psicoterapia reichiana
di Maria Grazia Saporito, psicologo pedagogista
Da circa tre anni sperimento la vegetoterapia carattero analitica su alcuni
pazienti in coppia con la dr.ssa Maria Grazia Saporito che in questo lavoro riferisce
i risultati dell’esperienza.
Nella terapia della coppia come in quella della famiglia e di gruppo il terapeuta
e l’eventuale co-terapeuta stanno l’uno all’altro come il maestro
all’allievo, con un maggiore potere del primo rispetto al secondo. Tale
coppia, che può essere formata da due terapeuti dello stesso sesso, possiede
capacità didattiche per la trasmissione di un sapere psicoterapeutico
difficilmente trasmissibile, donde l’unicità e l’originalità che
vanno riconosciute a ciascun terapeuta.
La “coppia dei terapeuti” di cui riferisce la dr.ssa Maria Grazia
Saporito è costituita da due terapeuti, un uomo e uno donna, alla pari,
con la sola diversità naturale che sta tra i due sessi.
L’esperienza, mediata sempre dagli acting di vegetoterapia, è stata
accolta agevolmente dai pazienti che hanno cominciato subito a giovarsene.
Va annotato che la “coppia dei terapeuti”, offrendo la possibilità di
fare sperimentare contemporaneamente un doppio transfert al paziente, inaridisce
la tendenza, spesso sostenuta dal dubbio, di passare da un analista all’altro,
determinata, probabilmente, dalla ricerca ora della figura materna, ora della
figura paterna.
Nicola Glielmi
Sappiamo che la coppia è, almeno apparentemente, il più semplice
dei sistemi umani osservabili.
Mutuando dalla terapia sistemico-relazionale tale termine, intendiamo per sistema
due o più unità in collegamento tale che al cambiare di una unità,
si avrà il cambiamento dell’insieme. Tutti i sistemi viventi sono
aperti e scambiano energia ed informazioni con l’esterno. La coppia è un
sistema aperto, ha un equilibrio instabile e funziona in termini di continuo
cambiamento. Riportare questo concetto in terapia è importante. Ricordiamo
Bateson (1976) il quale affermava che due descrizioni
sono meglio di una e che la doppia descrizione contiene un’informazione
diversa e di livello superiore. La descrizione della figura e dello sfondo sommate
contengono l’informazione sia della differenza tra figure e sfondo, che
della relazione tra figura e sfondo (sempre in termini gestaltici). Cioè la
doppia descrizione: la fusione e la individuazione. Due punti di vista. Non come
lo vedo io e come lo vede l’altro, ma come lo vedo io più come lo
vede l’altro.
Questa premessa per introdurre il lavoro della “coppia dei terapeuti” che
rispecchia “la coppia genitoriale”. Che non si deve confondere con
la figura del coterapeuta, introdotta in alcune terapie di gruppo, dove il transfert
può intensificarsi e le richieste controtranferali possono divenire molto
forti. Ciò ha portato taluni terapeuti a lavorare, nella terapia di gruppo,
con un coterapeuta. Si è rilevato che il fatto di essere affiancati da
un partner aiuti ad elaborare meglio la molteplicità di sentimenti suscitati
dal gruppo. Questi ed altri aspetti particolari dell’esperienza di gruppo
e delle forze operanti in esso ci derivano dal lavoro di Wilfred Bion (1961).
Ricordiamo che sia nella terapia individuale che nella terapia di gruppo, il
transfert, il controtransfert e le resistenze sono gli assunti di base dai quali
non si può prescindere.
Nell’esperienza che mi appresto a raccontare, non si parla più di
co-terapeuta, come ho già detto,
ma di due terapeuti di cui un uomo e una donna che richiamano la coppia genitoriale
del paziente e che lavorano in sinergia nello stesso setting.
La “coppia dei terapeuti” è sicuramente una formula innovativa
nel campo psicoterapeutico, proprio perché rappresenta transferalmente
(e aiuta a riconoscere dentro di sé) la “coppia genitoriale” del
paziente che viene curato (o accudito transferalmente) dalla madre e dal padre.
La sua potenza è veramente sorprendente. La “coppia dei terapeuti” ha
in sé la ricchezza e quelle caratteristiche proprie della coppia. La presenza
di due terapeuti alla pari, un uomo e una donna, fa da “garante” e
facilita l’espressione di tutte le emozioni, anche le più difficili
da manifestare, producendo un grande contenimento emotivo. Il paziente che in
terapia riesce a rivivere transferalmente la “rabbia” verso uno dei
genitori, “protetto” dalla presenza dell’altro, supera il senso
di colpa legato a questo sentimento e al contempo la paura di rimanere annientato
o rifiutato per ciò che ha provato ed espresso. Ricordiamo che è più sopportabile
sentirsi odiati per ciò che si fa che per ciò che si è.
Un’altra importante caratteristica di questa nuova metodologia terapeutica è la
possibilità di rivolgersi, durante le sedute, all’uno o all’altra
terapeuta, nel parlare di certi particolari argomenti, proprio perché ci
si sente più capiti o ci si sente più a proprio agio, come accade
con i reali genitori.
Umberto si rivolge sempre al terapeuta uomo quando parla della sua sessualità,
nel mentre che sperimenta un’approvazione indiretta del terapeuta donna.
Giulio è riuscito ad identificare la causa del perpetrarsi dei suoi errori,
nell’ansia che lo assale in certi momenti, rivivendo transferalmente, con
la terapeuta-donna, il rapporto con la madre.
Antoniamaria dopo la prima seduta voleva denunciare il terapeuta uomo “per
atti osceni con la paziente” perché questi le aveva detto: “Si
spogli fino al limite del suo pudore”, nonostante avesse rifiutato di eseguire
l’ordine. Telefonava quindi alla terapeuta donna informandola delle sue
intenzioni e riconosceva che la sua pulsione aggressiva era diretta al proprio
genitore.
Così Iole, parlando della masturbazione anale, volgeva lo sguardo verso
il terapeuta donna e ricordava l’uso di supposte e clisteri da parte della
madre contro la sua stitichezza. Allorché parlava dei suoi toccamenti
ai genitali esterni (il pube), non avendo mai esplorato quelli più profondi,
volgeva lo sguardo verso il terapeuta uomo e riferiva dei giochi praticati col
padre saltando insieme sul letto. Prendeva alla fine coscienza della comunicazione
privilegiata ora con il terapeuta uomo ora con il terapeuta donna.
Rosetta alternava sentimenti di simpatia e di antipatia ora verso un terapeuta,
ora verso l’altro. Mai contemporaneamente gli stessi sentimenti verso entrambi
i terapeuti.
Norma chiariva con il terapeuta uomo le sue pulsioni aggressive verso il terapeuta
donna e viceversa.
Orietta quando parlava delle faccende domestiche, compreso la preparazione dei
cibi, per lei molto pesanti, volgeva lo sguardo all’indirizzo del terapeuta
donna, quando parlava della vita di relazione sociale volgeva lo sguardo verso
il terapeuta uomo.
Queste ed altre esperienze sono testimonianze della completezza e della spinta
propulsiva nei processi interpretativi e nei tempi terapeutici nella psicoterapia
condotta dalla “coppia dei terapeuti”.
Abbiamo parlato di transfert, ma è sempre bene ricordare cosa si intende
con questo concetto. Col termine transfert indichiamo la tendenza inconscia,
dipendente dalla fissazione alla madre, al padre o all’intera situazione
transferale infantile, a proiettare sul terapeuta (e in questo caso sui terapeuti)
il ricordo affettivamente accentuato. La situazione terapeutica viene identificata
con lo schema infantile dei genitori o della famiglia. Nel rapporto terapeutico,
sia della terapia individuale che della terapia di gruppo, le pretese infantili
nei riguardi del mondo circostante, che sono alla base del transfert, non sono
molto evidenti. Infatti esse erano state rimosse e ricompaiono quando la situazione
familiare infantile viene ricostruita nel trattamento terapeutico. Nel rapporto
psicoterapeutico è possibile cogliere e chiarire il transfert, la fissazione
e le proiezioni che lo costituiscono. Le proiezioni non sono spesso prontamente
identificabili come tali e per la maggior parte sono naturalmente inconsce al
paziente. Le fissazioni potranno essere risolte oppure rimanerne legati porterà comunque,
attraverso la terapia, all’acquisizione di distanza che renderà il
paziente capace di accettare la propria “insufficienza”. In entrambi
i casi il paziente sarà posto in condizioni di adattarsi meglio alle situazioni
reali che non in precedenza. Il processo terapeutico lo porterà ad una
graduale e più completa accettazione di sé.
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