
societa' italiana di Psicoterapia reichiana
IL CASO CLINICO GIUDIZIARIO DI GIUSEPPE MIRABILE - CAP 2
Il tribunale di Messina vede due medici imputati di "sequestro di persona e abuso d'ufficio" per avere ricoverato il signor Mirabile Giuseppe con TSO al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, essendo affetto da "psicosi a margine", perché viveva da solo, e perché rifiutava la terapia farmacologica. Il Presidente Mario Samperi del Tribunale di Messina il 6 marzo 2002 assolve il dr. Pietro Mondì con la formula "Perché il fatto non sussiste". Il 26 aprile 2002 il Presidente Luigi Faranda del Tribunale di Messina assolve il dr. Nicola Glielmi con la formula "Perché il fatto non sussiste". Pubblichiamo una serie di articoli a firma del Prof. Glielmi inerenti l'accaduto.
IL SUICIDIO NEL TEATRO GRECO
Didone, per passione d’amore, abbandonata da Enea, si fece ardere viva su una pira, mentre l’eroe con le sue navi veleggiava verso le coste italiche.
Ovidio, nelle Metamorfosi (IV, 55-166), racconta che Pirano e Tisbe, due bellissimi giovani di Semiramide, sono ostacolati dai genitori nel loro amore. Tuttavia, i due innamorati si parlano attraverso la fessura di un muro di confine tra le due case e concordano di scappare, di notte. Si danno appuntamento nel bosco, sotto un grande albero di moro. Qui giunge prima Tisbe che, per timore di una fiera che le si avvicina, deve scappare; ma, nel fuggire, perde il mantello che la fiera dilania e imbratta di sangue. Giunge, quindi, Pirano che, trovando il mantello di Tisbe lacerato e sporco di sangue, crede che l’amata sia stata sbranata da una fiera e si uccide. In quel momento i frutti del moro, per il sangue versato ai suoi piedi, diventano rossi tanto che Tisbe, tornata sul posto, stenta a riconoscere l’albero e, scoprendo Pirano morto, ricostruisce l’accaduto uccidendosi a sua volta sul corpo dell’amato.
E. S. Piccolomini in “Storia di due amanti” - Sellerio, 33, Palermo, 1991- scrive: “Porzia, figlia di Catone, intesa la morte di Bruto suo marito, deliberò morire, e in luogo de’ micidiali istromenti, che a lei erano stati nascosti, cibò ardenti carboni”.
Altro suicidio per la morte dell’amata è quello di Romeo che crede morta Giulietta, la quale, una volta risvegliatasi dalla morte apparente, si uccide. Tutti suicidi e doppi suicidi per amore.
Preferisco parlare del suicidio nel teatro greco piuttosto che di quello nel teatro shakespeariano non tanto perché del primo mi sono già occupato, da un punto di vista psichiatrico, nella monografia “Teatro e psichiatria”, apparsa, negli anni 70, sulla rivista “La Rota” della Real Casa Santa dell’Annunziata di Napoli, ma perché gli eroi del teatro greco sono più vicini alla nostra cultura, più impulsivi e diretti, come i nostri ammalati psichiatrici e non contorti ed ombrosi come quelli shakespeariani: lo schizofrenico dell’Italia meridionale è diverso da quello dell’Italia settentrionale, o da quello inglese.
Il teatro greco affronta il tema del suicidio in tutta la sua complessità personale e sociale.
Sofocle, in “Aiace”, descrive l’eroe dopo una nottata di follia durante la quale aveva scannato pecore e bovini scambiandoli per Ulisse, per gli Atridi e gli altri duci. Gli erano state negate le armi di Achille che erano, invece, state assegnate, dal consesso dei re, ad Ulisse. Al mattino, il Telamonio rinsavisce e non sopporta l’onta d’essere impazzito e, temendo d’essere giudicato pazzo, prende la decisione di uccidersi. Egli così si rivolge alla moglie Tecmessa e al coro dei nocchieri:
“… E tu rientra, o donna
e prega i Numi che abbia esito intero
ciò che brama il cuor mio. Compagni, e voi,
al pari di costei, le mie preghiere
esaudite; e a Teucro, allor che giunga,
specificate che si prenda cura
di voi, che cuore abbia per voi benevolo:
ch’io là mi reco, dove ire conviene.
Fate ciò che vi dico; e presto salvo
me saprete, per quanto ora son misero.”
Aiace è assolutamente calmo, come il malato Mirabile “docile ed educato, mai visto un ammalato tanto calmo” (dichiarazione di un’infermiera che ha visto il malato di sfuggita nel corridoio). Aiace è fin troppo calmo, dopo la furia della notte. Il suo è un commiato dalla vita, ma il Coro, come il dr. Virginio Sozzi (autore della denuncia per “sequestro di persona”) e il gruppo dei soggetti interrogati dagli inquirenti, non intendono le parole dell’aspirante suicida.
All’araldo, inviato da Teucro per chiedere notizie dell’eroe, il coro risponde:
”Uscito è pure, ad ottimo consiglio
rivolto, per placare l’ira dei Numi.”
L’araldo:
“Piene son di follia queste parole
Se pur Calcante sa quel che predice.”
E’ soltanto da incompetenti supporre una psicopatologia ipomaniacale, ed agitata, nell’aspirante suicida e andare intorno, come hanno fatto gli inquirenti, giudici e poliziotti, a cercare presso l’uomo della strada, non competente, le prove sullo stato di sanità mentale dell’ammalato Mirabile per dimostrare l’arbitrarietà del ricovero coatto e l’abuso d’ufficio.
Nella letteratura, e non dico quella medica, è raro trovare un soggetto furioso che metta in atto il suicidio. Neppure il suicidio degli epilettici avviene in modo furioso. Un ammalato depresso si era sparato con un fucile da caccia e non conservava il ricordo del tentato suicidio. L’elettroencefalogramma evidenziava la malattia epilettica. Ho visto epilettici che riferivano di sentire voci che intimavano loro di aprire la finestra, al terzo piano, e di camminare nell’aria, avendo la sensazione di essere “senza peso, più leggeri dell’aria”. Altri sentono il proprio corpo gigantesco e credono che con un passo da un quinto piano, scavalcando la ringhiera del balcone, possano agevolmente trovarsi sul marciapiede sottostante (tre ammalati da vacuum estractor in Glielmi N. La terapia reichiana delle epilessie). Altri sentono il proprio corpo minuscolo ed hanno la sensazione di camminare sulla soffitta della propria camera da letto (caso Mario e caso Valeria in Glielmi N. in La terapia reichiana delle epilessie). Altri hanno la sensazione di uscire dallo stesso loro corpo. Sono tutti sintomi ascrivibili a lesioni cerebrali, spesso di natura epilettica, ed in caso di suicidio non è riconoscibile, in alcun modo, una motivazione autolesiva. Negli epilettici il suicidio avviene in stato d’incoscienza, inaspettato e del tutto imprevedibile.
Nell’Antigone di Sofocle troviamo tutta una serie di suicidi: Antigone, Emone, poi sua madre Euridice, e quindi Creonte.
Emone è furioso contro il padre Creonte, gli sputa in faccia e lo rincorre, spada in mano, per ucciderlo dopo aver visto Antigone suicida nella tomba ove il padre aveva ordinato di seppellirla viva, perché aveva dato sepoltura al fratello Polinice. Questi con un’armata capeggiata da altri sei eroi, tra i quali Capaneo, il bestemmiatore dantesco, aveva marciato contro Tebe.
Nello scontro finale i due fratelli Etèocle e Polinice, figli d’Edipo e di Giocasta, sorella di Creonte, avversari in campo, si erano infilzati a vicenda. Creonte aveva decretato che Polinice restasse insepolto, “cibo agli uccelli”. Antigone aveva contraddetto l’ordine di Creonte dando sepoltura al fratello Polinice.
Nel momento in cui Emone volge la spada contro se stesso non è più un soggetto furioso con gli altri, “ma irato con se stesso” per la morte dell’amata. Emone vira rapidamente dall’etero all’autoaggressività, per l’angoscia da abbandono determinata dalla morte di Antigone: “avvinta a un laccio di ritorto lino, - ed Emon presso lei, che, abbandonato, - a mezza vita la stringea, le nozze – piangea distrutte nell’Averno, e l’opere – empie del padre, e l’infelice talamo.” Emone, psichiatricamente, è un bipolare e, nel rapido passaggio dallo stato d’eccitamento a quello depressivo, aumenta pericolosamente l’autodistruttività.
Il suicidio di Emone per la morte dell’amata è un tema ricorrente non solo nella letteratura, ma anche in psichiatria.
Il malato Mirabile, come Emone, soffre d’angoscia da abbandono per l’improvvisa morte della moglie, travolta sotto i suoi occhi da un’automobile mentre a passeggio sorbivano un gelato. Dopo l’incidente automobilistico, il Mirabile vive da solo in “estrema solitudine”, comincia a manifestare idee deliranti persecutorie e sente la voce di Gesù che gli ordina di raggiungere la moglie morta.
Un raffronto va fatto tra Emone ed Oreste. La trilogia “Oresteade” di Eschilo veniva rappresentata in una sola giornata come il pontificale solenne della settimana santa. Nella prima tragedia “Agamennone”, la superba Clitennestra, insieme al femmineo suo amante Egisto, uccide il marito, il forte Agamennone, al rientro in patria dopo la distruzione di Troia. Nella seconda tragedia “Le Coefore”, Oreste, figlio d’Agamennone e di Clitennestra, eccitato dalla sorella Elettra, uccide Egisto e la madre. Nella terza tragedia “Le Eumenidi”, Oreste è perseguitato dalle Erinni di Clitennestra e sottoposto a giudizio, in un tribunale presieduto da Atena, è assolto dal reato di matricidio e, pertanto, le Erinni diventano benevoli verso Atene. Da un punto di vista psichiatrico, Oreste, dopo la fase eccitativa, durante la quale uccide la madre, vira immediatamente verso la confusione mentale e la dissociazione psichica con disturbi allucinatori. La colpa di avere ucciso la madre è pagata con la persecuzione allucinatoria delle Erinni. Oreste regredisce nella psicosi schizofrenica che lo salva al momento, dal suicidio, che avrebbe potuto realizzare anche nella condizione dissociativa, se l’Aeropago non l’avesse assolto dalla colpa del matricidio. Emone, invece, dopo la fase eccitativa vira rapidamente verso la depressione e la pericolosa autodistruttività, pur non soffrendo alcuna colpa per la morte di Antigone, ma soltanto l’angoscia dell’abbandono. Evidentemente la circostanza discriminante tra i due eroi è determinata dalle esperienze che ciascuno dei due ha avuto con il seno della nutrice. In Oreste la libido a livello orale è fissata nei primi quattro cinque mesi dell’allattamento, per esperienze insoddisfacenti nutrizionali, e pertanto si determina il “carattere orale insoddisfatto” di stampo schizofrenico, punto nel quale il soggetto può regredire. In Emone, la libido è fissata a livello orale, nel momento in cui il latte della nutrice è sostituito col cibo solido, senza che gli siano spuntati prima i denti sicché l’infante è costretto a masticare con le gengive sperimentando dolore, rabbia e aggressività con sviluppo sadico della personalità. Si determina così il “carattere orale rimosso” di stampo depressivo, punto nel quale il soggetto può regredire.
Il soggetto borderline, per quanto attiene al parametro allattamento al seno materno, si può collocare tra le due esperienze sopra descritte, nel senso che il soggetto abbia potuto sperimentare prima l’insoddisfazione nutrizionale e la mancanza di contato con un seno materno privo di latte, o con una madre assente, o distratta e poi la rabbia di masticare il cibo solido con gengive adentule e con relative regressioni nei due momenti che non sono mai ben definiti che non lo sono i fatti della vita.
Alla luce di quanto fin qui detto, diventa legittima e doverosa la domanda: quanto il signor Mirabile si sente in colpa per avere condotto la moglie a prendere un gelato e quindi alla promenade che le è costata la vita? Sembra, infatti, che il suo caso sia assimilabile tanto ad Oreste che ad Emone. Del resto è stato diagnosticato come “psicosi marginale”, vale a dire come bordeline. Dai frutti e dalle foglie si potrebbe risalire alle radici per determinarne la psicodinamica della suzione e del terreno nel quale è impiantato l’albero.
Antigone è affetta da psicosi depressiva endogena. Non è furiosa. E’ calma, e coerentemente al suo delirio di morte, già nel prologo del dramma appare spenta dentro, priva di quel senso vitale e della gioia di vivere la cui mancanza caratterizza questa grave forma morbosa. Senza esitazione, dichiara alla sorella il proposito di mettere in atto quelle azioni che la condurranno inevitabilmente alla morte. Tale dinamica psicopatologica è tanto più chiara se contrapposta a quella di Ismene, che, nonostante le disgrazie sofferte insieme alla sorella, ha conservato il piacere e la voglia di vivere. Il grave complesso di colpa che agita Antigone, nonostante l’apparente calma, da Sofocle è attribuito “ai mali” causati dal padre Edipo. Il riferimento ai vissuti inconsci, compresi quelli edipici, di Antigone non poteva essere più chiaro.
E’ l’alba. Dalla reggia di Tebe escono Antigone e Ismene. Antigone:
Sai tu quale dei mali che provengono
da Edipo, Giove sopra noi non compia,
mentre siamo ancora vive? Oh!, nulla v’è
di doloroso, di funesto e turpe,
di vergognoso, che fra i mali tuoi,
fra i mali miei visto non abbia…
Sepolcro io gli darò: bella, se l’opera
avrò compiuta, mi parrà la morte.
E cara giacerò presso a lui caro,
d’un pio misfatto rea: poiché piacere
più lungo tempo a quelli di laggiù
debbo, che a quelli che qui sono…
Or me, la mia follia, lascia che soffrano
l’orrenda pena: niun saprà convincermi
che io non affronti questa morte bella.
Il delirio d’Antigone è tanto lucido che le permette di aver coscienza perfino della sua follia. Questo non soltanto nel teatro ma anche nella realtà. Molti malati agiscono affinché gli eventi volgano a loro danno. Le autolesioni di Edipo sono reazioni di natura psicotica. Pasolini meglio di chiunque altro ha evidenziato il tratto psicotico nel suo “Edipo re”. Questi si accecò con una fibula d’oro che Giocasta teneva al seno per mantenere stretto il peplo. Avrebbe potuto evirarsi. Invece si accecò, i suoi occhi avevano la colpa di aver visto la madre nuda. E’ interessante questa scelta d’organo, certamente non per questioni estetiche. Nel punirsi si priva del piacere di guardare negli occhi i figli, frutto dell’incesto. Non avrebbe potuto guardarli e incontrare i loro sguardi senza provare una vergogna e una colpa indicibili.
Nella tragedia di Sofocle, Tiresia ricorda e collega ogni evento, ma Edipo e il coro non sospettano nulla e quando insorgono i primi sospetti in Edipo, Giocasta rifiuta ogni dubbio. Si rallegra alla notizia della morte di Polibo, re di Corinto, credendo lo sposo liberato dall’ambascia di avere ucciso il padre laio. Ma allorquando il messo dichiara che Polibo non era il padre di Edipo, perché “un altro pastore, servo di Laio, a me ti diede e i piè forati al sommo io ti disciolsi”, Giocasta è colpita da una rivelazione terribile:
Edipo:
Giocasta, l’uom che costui dice, credi
sia quello che chiamar facemmo or ora?
Giocasta:
Perché lo vuoi sapere? Non curartene!
Non riandare queste ciance inutili!
Edipo:
Mai non sarà che, tali orme scoperte,
io l’origine mia non metta in chiaro!
Giocasta:
Non cercar più, no, per gli Dei, se cara
t’è la tua vita! Il mal ch’io soffro basti!
Edipo:
Non veder chiaro in tutto ciò? Non posso.
Giocasta:
So quel che dico! Il meglio io ti consiglio.
Edipo:
Questo meglio da un pezzo il cuor mio cruccia!
Giocasta:
Ah! chi tu sei, mai tu non sappia, o misero!
Edipo:
Qui guidi alcuno il mandriano! E questa
s’esalti pur della sua ricca nascita.
Giocasta:
Ah, sciagurato, sciagurato! Posso
Dirti questo soltanto, e nulla di più.
(Esce disperata)
Esce disperata ma non si può prevedere dal colloquio che ella si ritiri per togliersi la vita impiccandosi. Sembra che sia disperata per la sorte d’Edipo. Edipo, il coro… gli spettatori non possono neppure sospettare che Giocasta
…al letto nuziale,
sùbito corse, con ambo le mani
strappandosi le chiome: e, appena entrata,
serrò l’uscio di dentro…
e quivi a bende tortili si vide
la donna appesa.”
Deianira, la moglie di Ercole, certamente è l’eroina più romantica. Ettore Romagnoli riporta da Jebb: “Essa è un tipo perfetto di gentile femminilità. Tutta la sua vita è trascorsa in casa. Chiunque l’avvicina, è vinto dal suo fascino. E’ piena di generosità e di tenera simpatia per l’inesperienza e la sventura. Sin dalla prima giovinezza, non ha provato che ambasce, appena interrotte da fuggevoli sprazzi di felicità, nei rari e brevi ritorni di Ercole alla sua casa. E’ devotissima allo sposo; ma la devozione appare meno nelle sue parole che nella generica orientazione dei suoi pensieri. La pittura epica ne è squisita, come di nessun’altra eroina dell’antichità. Essa è riconosciuta dal consenso generale come una delle più belle e delicate creazioni della letteratura; e chiunque sente il suo fascino, sente come le parole non possano esprimerlo meglio che non possano il profumo d’un fiore. Forse nella poesia del mondo intero c’è solo un’altra figura di donna che impressiona in ugual modo una mente moderna: ed è la fanciulla Nausica”.
In “Le trachinie” di Sofocle, Deianira è una donna che fa tenerezza, come può farla il malato Mirabile. Come questi, ella annuncia, per amore, un’intenzione di suicidio:
“E se sgorgò dalle sue piaghe questo
tossico d’atro sangue, or come ad Ercole
potrà morte non dare? Oh, ne son certa!
E se quegli morrà, ben fermo è ch’io
con lui muoia ad un passo.”
Muore “in modo orrendo”, racconta la nutrice, che spia Deianira nel suo daffare e nel suo aggirarsi qua e là per la casa piangendo e nascondendosi ad ogni sguardo:
“…ed io,
celato il mio furtivo occhio nell’ombra,
la vigilavo. E sopra il letto d’Ercole,
le coltri vidi che stendea. Compiuta
l’opera, sopra vi balzò, salì
nel mezzo del giaciglio; e prorompendo
in calde fonti di lagrime, disse:
O letto, o stanza nuziale, addio
per sempre omai: che più non dormirò
fra queste coltri. Così detto, sciolse
con man convulsa il peplo ove una fibula
d’oro sporgea sui seni, e nudo parve
il fianco tutto e l’omero sinistro.
Correndo quanto io più potevo, mossi,
ed al figlio narrai quanto la madre
stava facendo. E in quanto io mossi, e quivi
tornammo, lei di doppio colpo al fianco
vediam trafitta, sotto il cuore e il fegato”.
La nutrice sospetta, oppure già sa, che Deianira sta per ammazzarsi e anziché soccorrerla si precipita in cerca del figlio. Mi pare lo stesso comportamento dell’assistente sociale Vincenzo Favano che, a visita effettuata, entra ed esce dalla stanza del primario per “spiare” il paziente ed assistere imperturbabile, come la nutrice, al litigio che avviene in presenza del malato tra i due aiuti medici. A convalida firmata, dichiara di essere disponibile a vedere il malato il giorno dopo dando tutto il tempo, come la nutrice di Deianira, all’ammalato Mirabile di mettere in atto i propositi di suicidio. Tale pericolosità l’assistente sociale ben percepisce perché propone di tenere sotto “costante osservazione” il malato Mirabile. In che modo? Proponendo di andarlo a visitare a casa sua il giorno dopo? Quando, forse, sarebbe stato troppo tardi?
A cose fatte, la nutrice non può che raccontare quello che ha visto. Allo stesso modo l’assistente sociale racconta l’accaduto e confusamente sposta nella stanza del primario le azioni da lui vedute nella stanza del dr. Mondì, alla cui visita ha partecipato. Se fosse stato presente sull’uscio del primario durante la visita, non poteva vedere, a sei, otto metri di distanza, il malato “stropicciare con le dita la sua borsa” perché il malato era seduto su una poltrona con alta spalliera e gli voltava le spalle. L’assistente sociale dichiara il falso, a meno che non si voglia considerare che egli sia vittima di una deformazione professionale seguendo la regola dell’ “hic et nunc” della gestalterapia, di cui vanta di occuparsi, e sposti, secondo tale principio, tempi e luoghi, dichiarando di aver visto nella stanza del primario ciò che aveva visto, mezz’ora prima, nella stanza del dr. Pietro Mondì.
Una storia clinica semplice, chiara che, invece, si tinge di giallo, di tragico, di grottesco. La magistratura e la polizia di stato hanno partecipato attivamente a questa tragicommedia.
Nella tragedia di Sofocle si può scorgere un’altra importante analogia con la vicenda del malato Mirabile e riguarda il sistema di comunicazione.
Deianira “si ascose lungi da ogni sguardo” spiando le mosse degli altri, nel mentre che la nutrice “celato il furtivo occhio nell’ombra, la vigilava”.
Sembra che vi sia una corrispondenza di comportamenti, di sentimenti e di pensieri, in una tacita e reciproca comunicazione perché la tragedia possa compiersi.
Questa corrispondenza tra l’aspirante suicida ed il suo contesto familiare o sociale merita una spiegazione, anche perché può sembrare che il contesto in qualche modo tragga beneficio o vantaggio da un atto suicida.
Mi pare, invece, che l’idea del suicidio produca, nella situazione ambientale, tanto orrore, che la stessa emozione orrenda è rimossa e le persone intorno all’aspirante suicida, rese poco lucide dalla rimozione, finiscano per agevolare, anziché contrastare le intenzioni del suicida. La comunicazione da un soggetto malato, poco cosciente, è fatta al contesto familiare e sociale, reso “poco cosciente” dalla rimozione dell’idea orrenda del suicidio.
Il suicida “erroneamente” comunica alle persone che gli stanno intorno che esse trarranno, in qualche modo, beneficio dal suo sacrificio. Rese poco coscienti dalla rimozione dell’idea del suicidio, accolgono, altrettanto “erroneamente”, il messaggio dell’aspirante suicida e finiranno per sollecitare quelle azioni che porteranno il soggetto al suicidio.
Il malato Mirabile, per quella confusione propria degli stati borderline, ha creato intorno a se confusione e comportamenti conformi a qualsiasi soggetto borderline, con un rapporto di corrispondenza e di reciprocità. Il malato Mirabile svela la malattia degli altri, quella del dr. Virginio Sozzi, per primo, che nella sua denuncia scrive: “sentivo sulla mia pelle l'offesa alla dignità di un uomo mite che era venuto per chiedere la prescrizione di farmaci”, identificandosi con il malato, senza quella necessaria e dovuta distanza ed obiettività richiesta al medico.
Fedra, la moglie di Teseo è innamorata del figliastro.
L’“Ippolito” di Euripide, fra tutte, credo che sia la più moderna non solo perché Ippolito patrocina una banca del seme, seppure in una visione misogena, ma per i detti di tutti i personaggi che sono proverbi, massime, aforismi di una saggezza popolare ancora attuale. Fedra, colpita d’amore per il figliastro Ippolito, è la cartella clinica di una depressa in tutte le variazioni e le instabilità del tono dell’umore. La donna, sempre coricata in un letto, annuncia più volte, e fin dalle prime battute, l’intenzione di togliersi la vita per indicibili sofferenze. Alla fine confessa le ragioni del suo malessere che le viene dall’innamoramento verso il figliastro Ippolito. Oltre alle pene d’amore soffre anche perché si sente colpevole di tradimento e di insozzare con i suoi pensieri il talamo di Teseo. Consente, tuttavia, che la nutrice faccia un filtro d’amore ad Ippolito. Questi, venuto a conoscenza dei motivi del malessere di Fedra, si sente colpevole per il solo fatto di averli ascoltati, e decide di allontanarsi dalla reggia per andare in cerca del padre e rivelargli l’ordita tresca. Fedra, non vista, ascolta le parole d’Ippolito e quando questi parte si fa condurre nella reggia per uccidersi.
E’ vero che il Coro nella tragedia greca non prende parte all’azione che si svolge sotto i suoi occhi, ma è pur vero che le donne di Trezène già sanno che Fedra si ucciderà e non dicono nulla per impedire il suicidio:
”...da terribile
morbo d’un empio amor, spezzata l’anima
ebbe, mercè di Cipride.
Ed or, piombando naufraga
nella fiera sciagura, appeso un laccio
al tetto del suo talamo,
v’adatterà la candida
gola, per onta della rea dimonia.
Chè preferisce termine
porre alla vita, ed integra
serbar la fama, e questo amor di spasimo
lungi tener dall’anima.”
Quando l’ancella, anziché dare aiuto, lo chiede perché alcuno accorra con “un affilato ferro e dalla gola il nodo tronchi”:
Primo semicoro:
Che fare, amiche? Entriamo, e dalla stretta
sciogliamo dei lacci la signora nostra?
Secondo semicoro:
E che? Non ha giovani ancelle? Scevro
non è da rischi l’eccessivo zelo.
L’“Ippolito” sembra confermare la tesi sulla reciprocità della comunicazione tra il suicida e il suo contesto.
La reciproca e tacita comunicazione, conscia e inconscia, tra il suicida e il suo contesto è una costante in tutte le tragedie, anche quelle shakespeariane, così come lo è in tutti i rapporti interpersonali e riguarda anche gli animali.
Nell’ “Ippolito”, il secondo semicoro dà una risposta, soltanto apparentemente logica e razionale, alla richiesta del primo semicoro di soccorrere Fedra. Si comporta come quel soggetto che, sottoposto a trance ipnotica, riceve dall’operatore l’ordine suggestivo di aprire la finestra. Il tale soggetto, una volta fuori dalla trance ipnotica, esegue l’ordine ricevuto, ma prima di eseguirlo dà una spiegazione logica e razionale, innanzitutto a se stesso. Egli dirà: “Qui fa troppo caldo, apro la finestra” e sentirà veramente caldo, oppure dirà: “In questa stanza c’è troppo fumo, apro la finestra” e fiuterà veramente aria puzzolente di fumo anche se per gli altri non lo è. Nessuna delle due spiegazioni è quella giusta. Egli non sa di agire per effetto di un comando ipnotico.
Così anche il secondo semicoro nei versi sopra riportati.
Il semicoro non è stato sottoposto a trance ipnotica, ma si comporta come se lo fosse. Il semicoro, conformemente allo stato di incoscienza o di ridotta lucidità mentale in esso indotta, per reciproca comunicazione o empatia, dallo stato confusionale dell’eroina ammalata, dà una risposta “erronea”, soltanto apparentemente logica e razionale. Il coro non può intervenire attivamente e può solo commentare le azioni, ma il suo commento è uno dei più stolidi: “E che? Non ha giovani ancelle? Scevro – non è da rischi l’eccessivo zelo.”
Nell’irrazionalità della risposta, la stessa assunzione di responsabilità diventa, quindi, inopportuna e irrazionale.
Così anche il dr. Sozzi, il quale, contagiato dalla confusione del malato Mirabile, diventa confuso e non assume alcuna responsabilità verso lo stesso. Non boccia la proposta di ricovero, presentatagli dal dr. Mondì e non oppone la sua firma d’opposizione al ricovero in calce alla stessa proposta. Non v’è un solo atto che dimostri che il dr. Sozzi o il signor Favano assumessero una reale responsabilità verso il malato nel momento del suo maggior bisogno.
Il comportamento assurdo del dr. Sozzi e degli altri mi ha aiutato a leggere in una luce nuova queste due tragedie. Il loro comportamento ha illuminato quelle parti oscure che probabilmente tali erano anche per Euripide e per Sofocle. Euripide che fa dare quel tipo di risposta tanto stolida al secondo semicoro! Tuttavia egli aveva ragione. Qui sta la sua grandezza. Qui sta la differenza tra il genio e lo studioso. Lo studioso interpreta i fatti; il genio li descrive, li fotografa anche in quelle parti oscure, lasciando l’interpretazione allo spettatore.
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