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IL CASO CLINICO GIUDIZIARIO DI GIUSEPPE MIRABILE - CAP 3

Il tribunale di Messina vede due medici imputati di "sequestro di persona e abuso d'ufficio" per avere ricoverato il signor Mirabile Giuseppe con TSO al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, essendo affetto da "psicosi a margine", perché viveva da solo, e perché rifiutava la terapia farmacologica. Il Presidente Mario Samperi del Tribunale di Messina il 6 marzo 2002 assolve il dr. Pietro Mondì con la formula "Perché il fatto non sussiste". Il 26 aprile 2002 il Presidente Luigi Faranda del Tribunale di Messina assolve il dr. Nicola Glielmi con la formula "Perché il fatto non sussiste". Pubblichiamo una serie di articoli a firma del Prof. Glielmi inerenti l'accaduto.


LA DELAZIONE 

La delazione è "una denuncia segreta motivata da ragioni riprovevoli". L'accusa è "l'atto, le parole, lo scritto con cui si attribuisce a qualcuno una colpa". (Devoto - Oli, Vocabolario della Lingua italiana). Perché questa non si trasformi in delazione, l'accusato dovrebbe essere subito informato dell'esistenza di un atto d' accusa a suo carico, salvo particolari delitti per i quali si può richiedere la secretazione. La diffamazione - "il danneggiamento con calunnie o maldicenze dell'altrui reputazione o prestigio" (ibidem) - è tanto diffusa, quotidiana e foriera di sciagure che, usata come strumento dalle varie ideologie religiose e politiche, ha prodotto, nei secoli, milioni e milioni di morti da Nerone, a Mocevigo, a Hitler.

La lettera del dr. Virginio Sozzi contro il Capo Settore della Salute Mentale e Tossicodipendenze, è una delazione e non un'accusa. Non tanto per i motivi abietti e per la diffamazione che vi si possono chiaramente leggere, ma perché la lettera "N. 085533 del 28 giugno 97 del protocollo generale dell'Azienda. Al signor Direttore Sanitario dr. Giuseppe Pracanica, al signor Direttore Generale dr. Francesco Poli dell' Azienda USL N° 5 di Messina - Loro Sedi. All'Organizzazione sindacale SNAOS - Segreteria Provinciale di Messina - Via Aurelio Saffi N° 9/B", avrebbe dovuto passare attraverso il protocollo dell'ufficio del Capo Settore.

Il Direttore Sanitario ha secretato la lettera e sembra che tale prerogativa rientri nelle sue funzioni. Il Direttore Generale l'ha inviato alla Procura della Repubblica formulando l'accusa, suggerita dal delatore, di "sequestro di persona in danno del signor Giuseppe Mirabile", due giorni prima di notificare agli accusati il "recesso dalle loro funzioni" e quattordici giorni prima delle loro audizioni per le discolpe. Napoleone, nel processo farsa contro l'innocente duca D'Enghien, aveva chiesto ai giudici la condanna a morte ordinando loro: "dal momento che il vostro giudizio non può essere che di condanna a morte, affrettatevi ad emettere la sentenza".

Il comportamento del Direttore Generale, come quello di Napoleone senza trovarsi tra le mani un grave affare di stato, una congiura: ma per qualche petit affaire derivante dagli incentivi sulla chiusura dei manicomi e dal risparmio della spesa sanitaria (legge Rosy Bindi); o dalla pratica di una tangentopoli, resa più raffinata con una ramificazione capillare e contigua del potere, dato l'ingaggio di una "cinquantina d'avvocati e cinque studi legali" ("Centonove" del 14 giugno 2002), tutta l'intellighentia avvocatesca messinese. Tanta difesa è indicativa di sicura offesa al diritto, alle cose e alle persone. I presunti oppositori, i sospettati, i perseguitati, non trovano scampo. Il capo settore era costretto a rivolgersi a due avvocati, uno del foro di Santa Maria Capua Vetere, avv. Giuseppe Stellato, e l'altro del foro di Torino, avv. Ugo Colonna. Il dr. Pietro Mondì era assistito dall'avv. Giambattista Freni, che non era della partita, e dall'avv. Giuseppe Mondì, sicuramente non influenzabile, essendo suo fratello.

Il comportamento del PM e del GUP acquiescente ad un potere arrogante - avendo, senza alcuna prova seria, formulato l'accusa di "sequestro di persona e abuso d'ufficio in danno del signor Mirabile" - perché rimasti fermi al modello dei giudici del processo al duca d'Enghien, o peggio a quelli di Santa Inquisizione, nei quali l'accusato era giudicato colpevole per il solo fatto di essere indicato come tale.

Il caso clinico-giudiziario di Giuseppe Mirabile dimostra che la società e l'uomo sono malati mentalmente, in senso strettamente psichiatrico, e che l'ordinamento sociale è irrazionale, finalizzato alla politica del potere, nella quale non trovano posto le persone giudicate "contro", o ritenute non utili al potere, mentre i derelitti e gli ammalati sono strumentalizzati ed usati per creare nuovi potere e ricchezza.

Gli atti giudiziari del caso Mirabile evidenziano l'irrazionalismo della società, dovuto alla struttura caratteriale dell'uomo e alla sua biopatia. La loro pubblicazione vuole essere un contributo scientifico alla conoscenza della peste psichica.

Lo studio del caso Mirabile attraversa le componenti più rappresentative della società e coinvolge amministratori paranoici, narcisisti e sadici, amministrativi masochisti, direttori ammalati di farabuttismo adolescente inconscio (v. appendice), giudici non imparziali, avvocati furbastri, poliziotti disonesti, medici sindacalisti ipocriti, medici invidiosi e delatori alla maniera di Mocevigo, medici calunniatori perché terrorizzati, psicologi e assistenti sociali bugiardi, infermieri e portantini desiderosi di servire la "buona causa", giornalisti che non controllano i "dicitur" che diventano notizie scandalistiche. Tutti con la speranza di acquistare meriti, senza alcuna dignità.

La pubblicazione degli atti del caso Mirabile, inoltre, è utile, perché dopo venti anni dalla promulgazione della legge 180, sembra che nessuno, medico, psicologo, infermiere, avvocato, magistrato, poliziotto, ecc., n'abbia compreso lo spirito e la dinamica che permettono di concepire un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura come albergo a porte girevoli e non come luogo di segregazione. Forse, è stata propria questa la Nemesi, per avere, il capo settore, istituito a Milazzo nel 1978 un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura "a porte aperte", nel quale il malato liberamente, a suo piacere, poteva entrare ed uscire durante le ore del giorno. Alcuni medici, per fortuna pochi, sono rimasti fermi alla vecchia mentalità di custode della legge sui manicomi. Tale mentalità rivela, nel suo linguaggio, il delatore, sebbene culturalmente non sia cresciuto all'ombra del "manicomio", ma per pura contrapposizione dialettica, e perciò fanatica.

Il caso Mirabile ha avuto inizio dalla delazione del dr. Virginio Sozzi che ha messo in moto la peste emozionale di cui tutti i protagonisti dimostreranno d'essere ammalati. Nessun rilievo, infatti, viene eccepito per comportamenti delittuosi dello stesso. Neppure il Tribunale del malato, ha sollevato ipotesi di reato per istigazione e strumentalizzazione di malato neurolabile, facilmente suggestionabile, per scopi non medici, ma personali e di odio verso il dr. Pietro Mondì (testimonianza di Giovanni Ferro), sebbene la questione fosse stata su tutti i giornali della Sicilia.

Per un'esauriente presentazione e discussione del caso, non si priverà il lettore dell'impatto con la carica emozionale della lettera del delatore, che sarà, pertanto, pubblicata in versione integrale.

Il meccanismo messo in opera dal dr. Virginio Sozzi è quello di colpire la sensibilità e la fantasia del lettore, a prescindere dalla verità dei fatti e dalla loro importanza clinica. Credo che se un medico, durante una visita, si gratti un orecchio, tale fatto non possa, e non debba costituire elemento di valutazione clinica, né materia d'accusa penale.

Soltanto dopo l'impatto emozionale, la lettera sarà esaminata frase dopo frase, parola per parola. Per conoscere la verità, si rende necessario esaminare la semantica dei fatti denunciati per evitare che gli stessi siano coloriti dalla fantasia eccitata dalla lettura emozionale della denuncia.

La metodologia adoperata potrebbe essere utile per qualche pubblico ministero o giudice delle indagini preliminari, come pure a qualche furbastro poliziotto e ad avvocato.

La lettera del dr. Virginio Sozzi è piena di veleni e di odio puro. Qualsiasi persona, che non rimanesse impigliato nell'abbondanza delle emozioni suscitate, dopo averla esaminata lucidamente, con mente fredda, l'avrebbe cestinata, giudicandola scritta da un esaltato.

Purtroppo, la lettera diffamatoria è capitata nelle mani di chi aveva tutto l'interesse di utilizzare lo scandalo in ogni sede: amministrativa, giudiziaria, giornalistica. Una lettura analitica evidenzia lo stile del delatore di Santa Inquisizione. Si richiamerà, di volta in volta, l'attenzione sull'uso degli avverbi e delle espressioni racchiuse tra parentesi che sono le chiavi d'accesso all'inconscio e alle intenzioni scandalistiche del dr. Virginio Sozzi.

Per facilitarne la comprensione, l'analisi sarà condotta in forma dialogica, tra un immaginario intervistatore (INT.) e il Capo Settore (CS.). Non si farà l'analisi dei tratti somatici degli attori perché in Tribunale non sono state depositate le loro fotografie. Si lascia al lettore, pertanto, il compito d'immaginarne i tratti. Risultando dalle carte, per esempio, che un soggetto sia invidioso, il lettore può intuirne i tratti dell'orale insoddisfatto, ossia del "succhiatore" che spinge le labbra in avanti come per succhiare. Così come potrà intuire il tratto caratteriale di un "collo rigido" nella persona che giudichi paranoica e narcisista.

INT.: Il dr. Virginio Sozzi scrive:
"N. 085533 del 28 giu 97 del protocollo generale dell'Azienda. Al signor Direttore Sanitario dr. Giuseppe Pracanica, al signor Direttore Generale dr. Francesco Poli dell' Azienda USL N° 5 di Messina - Loro Sedi. All'Organizzazione sindacale SNAOS - Segreteria Provinciale di Messina - Via Aurelio Saffi N° 9/B.
Oggetto: Relazione sul caso Mirabile nato a (omissis)
Il sottoscritto dr. Virginio Sozzi, Aiuto psichiatra presso il C.S.M. di Messina Nord, quale persona informata sui fatti, espone quanto segue.
Il giorno 26/6/97 si presentava spontaneamente al nostro servizio il signor Mirabile per chiedere una visita psichiatrica. Impiegato all'Ente Poste di Messina, aveva chiesto un permesso di due ore per farsi visitare.
Giunto al C.S.M., veniva istantaneamente visitato dal dr. Pietro Mondì, Aiuto psichiatra. Questi, dopo d'aver posto delle domande al paziente, riteneva di spiccare nei confronti di questo un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.). Tuttavia prima di procedere, chiedeva la collaborazione ed il parere del dr. Gianplacido De Luca, assistente psichiatra che era però al momento indisponibile e, quindi, dello scrivente che si trovava momentaneamente libero. Interrogavo allora alla presenza del collega Mondì il Mirabile. Questi ben orientato nel tempo e nello spazio, rispondeva lucidamente a tono alle domande, anche se un po' ansioso e innervosito per questo nuovo interrogatorio.
Apprendevo dallo stesso che, da quando più di un anno fa era morta la moglie in un incidente, viveva da solo. Riferiva che tale perdita gli aveva procurato delle sofferenze psichiche per le quali aveva fatto ricorso alle cure di uno psichiatra del C. S. M. di Barcellona da cui aveva tratto discreto beneficio. Successivamente, aveva fatto ricorso alle cure consigliategli da altro medico (Noritren 25 mg. - un antidepressivo - e Lexotan 10 gocce, ansiolitico che assumeva in unica dose serale). Recitava il mea culpa per aver prematuramente sospeso tale terapia, per cui si sentiva di nuovo male. Riferiva altresì che i familiari della moglie non lo potevano vedere e che, minacciandolo, gli avevano "estorto" sette milioni di BOT intestati alla moglie, cosa che, dal tono e dal modo con cui il Mirabile la raccontava, ritenevo del tutto plausibile.

Formulavo perciò da parte mia la diagnosi di sindrome ansioso-depressiva e, in separata sede, riprescrivevo la terapia precedentemente praticata a cui il Mirabile dichiarava che si sarebbe volentieri sottoposto.

Cadeva quindi automaticamente la necessità di un ricovero, tanto meno di un "T.S.O.". Esprimevo questo mio parere al dr. Mondì ma egli di tutt'altro avviso, ritenendo che il Mirabile fosse affetto da una psicosi acuta verisimilmente a carattere persecutorio (stando a quanto dichiarato sui parenti della moglie, in particolare per l'episodio dei sette milioni) e non credendo alla volontà di curarsi del paziente (che si era recato da noi per questo), spiccava ugualmente il T.S.O. e chiedeva il conseguente intervento dei Vigili Urbani per l'esecuzione di esso. Il dr. Nicola Glielmi, che nella sua qualità di Primario responsabile del C.S.M. doveva convalidare il T.S.O., interrogava personalmente il Mirabile. L'interrogatorio si svolgeva invero alla presenza di un folto pubblico (con quale riguardo per la privacy del paziente!). Erano presenti infatti nell'ufficio del Capo Settore lo scrivente, il dr. Mondì, l'assistente sociale signor Favano che pure aveva seguito il caso ed era contrario al T.S.O., il dr. Giuseppe Rao, psichiatra del "Margherita" che storceva la bocca manifestando il suo stupore e disappunto per il T.S.O., il dr. Aldo Valenti, psicologo che coadiuva il dr. Glielmi nell'Ufficio di Capo Settore con mansioni prettamente amministrative, il dr. Italiano del Ser.T. di Milazzo, altri due (credo) colleghi medici, nonché personale dell'Ufficio del Capo Settore ( ma non ricordo bene chi). A breve e banale interrogatorio rispondeva a mezza voce, visibilmente intimidito da cotanto spiegamento di forze. Dopodiché, il dr. Glielmi chiedeva al dr. Mondì di formulare la sua diagnosi che questi riconfermava di psicosi acuta ed a me se ero d'accordo su questa diagnosi (dichiaravo di non essere d'accordo). Infine, dato che il Mirabile affermava di aver dimenticato la terapia della sera (10 gocce di Lexotan) e la pillola del mattino (1 compressa di Noritren!) il dr. Glielmi traeva spunto da ciò per decretare il ricovero coatto del paziente.

E ciò nonostante il fatto che le condizioni psichiche del paziente non erano tali da richiedere urgenti interventi terapeutici (il paziente era calmo, docile, responsivo, lucido) e nonostante il fatto che il Mirabile avesse accettato la terapia da me prescrittagli (era venuto da noi per questo)! Davanti agli sguardi allibiti dei miei colleghi mi sono, credano pure le S. S. L. L., sentito umiliato, perché la dignità di un uomo mite, che era spontaneamente venuto a chiedere aiuto al nostro Centro e ne usciva sotto scorta dei Vigili Urbani per essere ricoverato in T.S.O., era stata barbaramente calpestata e vilipesa. Ho sentito tutto questo sulla mia carne e allora mi sono fortemente arrabbiato col dr. Glielmi, scatenando la sua collera (voleva mandarmi al "manicomio" come minaccia spesso di fare a chi gli si oppone); poi mi sono scusato e riappacificato. Intanto il Mirabile faceva conoscenza, fra lo stupore dei medici del pronto soccorso e del reparto di psichiatria del "Margherita", con l'S.P.D.C. Lascio immaginare alle S. S. L. L. con quale stato d'animo ansioso; ed è stata questa la diagnosi di dimissione formulata dai colleghi stamane, allorché il Mirabile ha lasciato il reparto (e il T.S.O. fatto da Glielmi e Mondì?). Sembra che la cosa stia avendo un seguito (si potrebbe configurare il reato di sequestro di persona). Ma anche se il mite Mirabile non facesse nulla per far valere i suoi diritti violati, quale ricordo conserverà delle Istituzioni psichiatriche ? Certamente non si sentirà particolarmente onorato di essere stato inopinatamente ricoverato dal Capo Settore della salute mentale in persona. Stamane intanto il dr. Glielmi mi rendeva ragione confermandomi che la storia dei sette milioni era vera. Verso le ore 12,30 intanto alla presenza mia e del dr. Valenti, il dr. Glielmi dal suo Ufficio di Capo Settore telefonava alla dr.ssa Della Villa del S.P.D.C. del "Margherita" che si era occupata del Mirabile e, saputo dalla stessa che correva aria di denunce, chiedeva copia della cartella di ricovero del paziente rammentando alla collega chi aveva convalidato il T.S.O. (cioè lui) affinché non vi fossero (questo era il significato occulto del discorso) diagnosi troppo discordanti (ma la diagnosi era già stata formulata ed il paziente dimesso). A questo punto il dr. Glielmi chiamava il dr. Mondì e quindi l'assistente sociale Favano affinché scrivesse (a posteriori) la relazione sul caso sulla striminzita cartella compilata da Mondì. Lo scrivente allora (io), subodorando che si volesse alterare la cartella clinica, non si muoveva dalla stanza e a questo punto il dr. Glielmi chiamava la signora Marisa Mangano, dirigente amministrativa, affinché telefonasse ai Carabinieri, cosa che la signora subito faceva. Per di più, il dr. Glielmi, fuori di sé, urlando e bestemmiando giungeva al punto di mettermi le mani addosso per buttarmi fuori dalla stanza, ma per fortuna veniva fermato dai suoi collaboratori. Successivamente, con un colpo di mano, il dr. Glielmi, il dr. Valenti e l'assistente sociale Favano, afferravano la cartella clinica e si spostavano nella stanza adiacente a quella del Capo Settore.

Il dr. Glielmi mi sbatteva violentemente la porta in faccia (senza recarmi danno); più tardi ne usciva e il Valenti si chiudeva a chiave col Favano dentro la stanza per poter scrivere indisturbato la relazione mancante.

Spero che il signor Favano abbia coscienziosamente scritto la sua relazione anche se tutta l'atmosfera e le circostanze lasciano pensare più ad un atto di malafede che di buona fede. Fatto sta che da allora non ho più potuto vedere la cartella clinica.

Finita la relazione, il dr. Glielmi, il dr. Valenti, il dr. Mondì si sono chiusi nella stanza del Capo Settore ed io non vi sono più potuto entrare. All'arrivo dei C.C., ho accompagnato dal dr. Glielmi il maresciallo Sammarone della stazione Arcivescovado. Il maresciallo ha parlato a porte chiuse con i sopracitati Glielmi, Mondì, Valenti e Favano, dato che a me il dr. Glielmi ha proibito di entrare per far valere le mie ragioni. Più tardi il maresciallo è uscito senza aver redatto alcun verbale, dato che non era presente la controparte (io) e mi metteva al corrente dei miei diritti di legge.

Questi i fatti. Vogliano le S. S. L. L., disporre un'inchiesta su quanto è accaduto prima che le prove vengano inquinate o manipolate per distorcere o falsare la verità.

Quanto a me, sono a completa disposizione delle S. S. L. L. Mi riservo ogni ulteriore iniziativa sul piano personale a tutela della mia dignità morale e professionale nei confronti di chiunque abbia leso la dignità di un pubblico ufficiale con la speranza che le S. S. L. L. per le rispettive competenze intervengano con i provvedimenti che la fattispecie richiede..

Dr. Virginio Sozzi Aiuto Psichiatra C.S.M. Messina nord".

CS.: il dr. Sozzi invia la sua lettera all'organizzazione sindacale SNAOS. Egli commette due reati: diffama il primario Capo Settore presso il suo sindacato SNAOS e viola il segreto professionale dell'ammalato Mirabile.

INT.: egli scrive: "Il sottoscritto dr. Virginio Sozzi, Aiuto psichiatra presso il C.S.M. di Messina Nord, quale persona informata sui fatti, espone quanto segue."

CS.: "Persona informata dei fatti" è un'espressione che non fa parte del linguaggio medico. La usa quella persona che vuole accreditarsi una conoscenza delle leggi e del diritto - che si possono ottenere soltanto con una laurea in giurisprudenza - facendo proprie alcune parole in uso presso i Tribunali di Giustizia. Forse neppure gli avvocati adoperano tale espressione. Nell'interrogatorio reso al dr. Mario Samperi, Presidente del Tribunale di Messina, il dr. Virginio Sozzi ha dimostrato di non conoscere le minime regole della deontologia professionale, né quelle leggi che regolano l'attività psichiatrica (v. La Legge 180 in Tribunale). Wilhelm Reich per simile espressione in bocca ad un medico, avrebbe detto semplicemente: piccolissimo venditore di libertà! Ma altri, come il Direttore Sanitario e il Direttore Generale, non hanno adoperato la testa nella lettura di quest'espressione e sono rimasti colpiti, inconsciamente, nei loro complessi di colpa sollecitati da "persona informata dei fatti" che, all'inizio della lettera, si presenta come un gendarme sotto la garitta, avendone essi già sperimentato il tintinnio delle manette. Credo che il dr. Virginio Sozzi non fosse neppure cosciente della semantica delle parole usate, altrimenti andrebbe annoverato tra i piccoli geni della diffamazione. Egli all'inizio della lettera dichiara la professione di medico e quella, non per niente nobile, di "spia". Nell'evoluzione culturale della lingua italiana si tende ad eliminare quelle parole che appaiono dispregiative di una condizione, di un mestiere, di una professione come, per esempio, malato mentale, servo, sbirro, spia, sostituiti rispettivamente da disturbato psichico, collaboratore domestico, poliziotto, persona informata dei fatti. Il dr. Virginio Sozzi non mostra alcun ritegno ad usare l'espressione "persona informata dei fatti", sembra, anzi, che ne tragga vanto.

INT.: "Il giorno 26/6/97 si presentava spontaneamente al nostro servizio il signor Mirabile per chiedere una visita psichiatrica. Impiegato all'Ente Poste di Messina, aveva chiesto un permesso di due ore per farsi visitare."

CS.: l'avverbio "spontaneamente" e "il permesso di due ore" servono a preparare il lettore all'idea dell'illegittimità del ricovero coatto. Sono parole che impressionano chi legge. Eliminando l'avverbio "spontaneamente" e "due ore", non cambia il senso della frase. Qui il dr. Sozzi scrive "per chiedere una visita psichiatrica". Più avanti dirà che il malato si era recato al Centro di Salute Mentale soltanto per avere la prescrizione dei farmaci.: "(era venuto da noi per questo)!". La discordanza rivela l'intenzione di minimizzare la patologia del malato.

INT.: "Giunto al C.S.M., veniva istantaneamente visitato dal dr. Pietro Mondì, Aiuto psichiatra."

CS.: la frase è lapidaria. Fa venire in mente il "veni, vidi, vici" di Cesare. L'avverbio svela odio nei confronti del dr. Mondì, a cui è attribuito un atteggiamento predatore nei confronti del paziente preda. Evidentemente il dr. Sozzi fa delle proiezioni e attribuisce al dr. Mondì le sue intenzioni. Eliminando l'avverbio "istantaneamente" non si modifica la notizia che il malato è visitato dal dr. Mondì. Mettendo al suo posto "prontamente", o "immediatamente", il lettore comprende il senso del dovere e la diligenza del dr. Mondì. "Istantaneamente", invece, evoca l'immagine dell'aquila che si tuffa sulla preda. Nell'interrogatorio reso da lui all'Ispettore di Polizia Giudiziaria, l'avverbio esprimerà una maggiore rapidità d'azione e sarà contratto in "istantemente". E' da scartare l'ipotesi che egli voglia significare che il dr. Pietro Mondì non avesse dato spazio alla scelta del medico da parte del malato. Questo, infatti, era stato assegnato al dr. Mondì dall'infermiera Castriciano dopo che la stessa si era informata sulla disponibilità dei medici presenti nel Centro di Salute Mentale. Rimane, perciò, la proiezione predatrice verso il malato, sostenuta da invidia e proprio perché il paziente non era stato assegnato a lui "momentaneamente" occupato.

INT.: "Questi, dopo d'aver posto delle domande al paziente, riteneva di spiccare nei confronti di questo un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.)."

CS.: "Dopo d'aver posto delle domande" ha il solo significato che la visita si sia svolta nel tempo di qualche minuto primo. Il dr. Sozzi mente subdolamente se intende fare capire ciò che comprende il lettore dalle sue parole, perché dalle testimonianze si evince che la visita del dr. Mondì ha avuto la durata di un'ora, di cui 45-50 minuti spesi in un colloquio individuale con il malato. "Riteneva di spiccare un trattamento sanitario obbligatorio". E' un falso ideologico perché si spicca un mandato di cattura e non un trattamento sanitario, ma il falso, voluto o non, produce nel lettore un effetto dirompente. Forse neppure la Polizia Giudiziaria, oggi, usa il termine "spiccare" riferito al mandato di cattura.

INT.: "Tuttavia prima di procedere, chiedeva la collaborazione ed il parere del dr. Gianplacido De Luca, assistente psichiatra che era però al momento indisponibile e, quindi, dello scrivente che si trovava momentaneamente libero."

CS.: anche il verbo procedere, come spiccare, fa parte del fraseggio del poliziotto e non del medico. "Momentaneamente" svela il timore d'essere accusato di non fare nulla. La sua eliminazione, infatti, non modifica il senso compiuto d'essere stato invitato a visitare il malato.

INT.: "Interrogavo allora alla presenza del collega Mondì il Mirabile. Questi ben orientato nel tempo e nello spazio, rispondeva lucidamente a tono alle domande, anche se un po' ansioso e innervosito per questo nuovo interrogatorio".

CS.: le parole "interrogavo e interrogatorio", non appartengono al linguaggio medico. Non si capisce, poi, con quale criterio egli attribuisca al "nuovo interrogatorio" l'ansia e il nervosismo del paziente, come se questi non fossero elementi di semeiotica psichiatrica.

INT.: "Apprendevo dallo stesso che, da quando più di un anno fa era morta la moglie in un incidente, viveva da solo. Riferiva che tale perdita gli aveva procurato delle sofferenze psichiche per le quali aveva fatto ricorso alle cure di uno psichiatra del C. S. M. di Barcellona da cui aveva tratto discreto beneficio. Successivamente, aveva fatto ricorso alle cure consigliategli da altro medico (Noritren 25 mg. - un antidepressivo - e Lexotan 10 gocce, ansiolitico che assumeva in unica dose serale). Recitava il mea culpa per aver prematuramente sospeso tale terapia, per cui si sentiva di nuovo male. Riferiva altresì che i familiari della moglie non lo potevano vedere e che, minacciandolo, gli avevano "estorto" sette milioni di BOT intestati alla moglie, cosa che, dal tono e dal modo con cui il Mirabile la raccontava, ritenevo del tutto plausibile". Questa descrizione contrasta con quella del dr. Mondì che parla di delirio persecutorio. Può spiegare il contrasto diagnostico?

CS.: nella maniera più semplice: il dr. Sozzi non ha visitato il malato. Il signor Mirabile è un malato psichiatrico cronico. La depressione cronica, per la stessa definizione del concetto di cronicità, come del resto evidenziato dal Weitbrecht, può passare perfino inosservata per l'intera vita del soggetto, ma può esaurirsi anche in gravi e spaventosi fatti di sangue, con omicidio multiplo e suicidio. Notizie del genere si leggono tutti i giorni sulla stampa. Il dr. Sozzi ha visitato per meno di due minuti il malato dandogli delle imbeccate sulle risposte da dare (relazione dr. Mondì). In così poco tempo non ha potuto discriminare le idee deliranti dalla reale persecuzione, né evidenziare l'esistenza delle allucinazioni uditive, la cui presenza o assenza, anche in un documento di denunzia, come questo, va sempre segnalata per evidenziare che nella visita sono state poste domande finalizzate ad accertare l'esistenza o meno di sintomi psichiatrici. Questo rientra nella pratica della semeiotica psichiatrica, consigliata da tutti gli autori. Per un ammalato chirurgico non si richiede che il medico faccia l'elenco di tutte le malattie chirurgiche di cui l'ammalato non soffre. Per l'ammalato psichiatrico si richiede che il medico riferisca l'assenza di tutti i possibili sintomi psichiatrici, appunto perché la malattia può passare inosservata. Dello stesso ammalato uno psichiatra può certificare una perfetta sanità mentale ed un altro che egli presenti allucinazioni uditive. E' evidente che il primo medico non ha esaminato la sfera dei disturbi senso- percettivi. Se l'avesse esaminata avrebbe dovuto scrivere nella sua certificazione di sanità mentale: "non presenta disturbi senso-percettivi". Nel nostro caso il dr. Virginio Sozzi ha esaminato superficialmente l'ideazione del malato e non ha indagato sulla presenza o meno dei disturbi senso-percettivi, altrimenti avrebbe dovuto scrivere nella sua denuncia: "Il malato non presentava disturbi senso-percettivi". Non può, perciò, certificarne, in scienza e coscienza, né la loro presenza, né l'assenza.
Ora esaminiamo l'origine e la formazione di un delirio. Questo prende origine sempre da fatti realmente accaduti.
In un delirio di gelosia, e parlo con un paradosso per farne comprendere la formazione, si evidenzierà che la partner del soggetto geloso è assolutamente fedele: neppure con uno sguardo l'ha tradito. E tuttavia il tradimento c'è, proprio lì, a letto: l'ammalato sente che la donna non partecipa all'atto amoroso come dovrebbe e comincia a chiedersi: "Ma questa con chi fa l'amore?". L'atto sessuale insoddisfacente attiva antichissime tematiche di rapporto con la madre che scatenano e mantengono il delirio di gelosia. Ma il delirio ha un significato attuale: "Tu mi tradisci nel mio letto non fai bene l'amore con me". La frase si presta ad una duplice o triplice interpretazione ed è più complessa del responso della Sibilla "ibis redibis non morieris in bello." Basta inserire una virgola dopo redibis per significare che il soggetto "ritornerà, non morirà in guerra". Spostando la virgola dopo il non, il responso diventa infausto significando che il soggetto non ritornerà e morirà in guerra. Inserendo una virgola nella frase del geloso, e spostandola prima o dopo il mio letto, l'enigma del tradimento permane. "Tu mi tradisci, nel mio letto non fai bene l'amore con me", significa "tu mi tradisci fuori dal mio letto perché non fai bene l'amore con me". Inserendo la virgola dopo il mio letto, la frase diventerà: "Tu mi tradisci nel mio letto, non fai bene l'amore con me", che significa "tu in questo momento mi tradisci nel mio letto, perché non fai bene l'amore con me". Può significare anche "tu mi tradisci con un amante nel mio letto, non fai bene l'amore con me".

Lo spostamento della virgola consente queste interpretazioni: a) la donna tradisce il partner fuori dal suo letto; b) la donna tradisce il partner nel momento stesso dell'accoppiamento perché non fa bene l'amore; c) la donna tradisce il partner con un amante nel suo letto. La costante è data dal fatto che la donna non fa bene l'amore e ciò diventa la causa scatenante del delirio. Il dubbio farà impazzire il soggetto che, nel delirio allucinatorio, potrà giungere a vedere dei serpenti che strisciano sotto il letto, simboli fallici che possono denunciare un'omosessualità latente. In tale soggetto, presumibilmente, non si sarebbe scatenato il delirio di gelosia se la donna avesse fatto bene l'amore con lui. In realtà egli non si sente amato, ma rifiutato. E' il caso della donna che non tradisce il partner neppure con uno sguardo. Questa condizione presente e attuale muove, rimescola ed eccita le più antiche frustrazioni affettive nei rapporti con sua madre. Molte volte il soggetto diventa geloso perché la donna fa bene all'amore e si chiederà da chi abbia appreso l'arte. Molto spesso la donna si trattiene dall'esprimersi compiutamente per il timore di essere giudicata male. In ogni caso, il delirio di gelosia si riferisce ad una condizione attuale nella coppia.

INT.: il delirio persecutorio?

CS.: il signor Mirabile il mattino si alza, forse, col proposito di dare il meglio di sé in ufficio. Qui è accolto dai suoi colleghi con distacco e con freddezza. Nessuno gli rivolge la parola. E' isolato in una stanza e non gli si assegna alcun compito lavorativo: soffre di "estrema solitudine" (relazione dell'assistente sociale).

E' vero che il signor Mirabile è un po' strano, "un po' depresso" e di poche parole, ma è pur vero che i suoi colleghi lo isolano. Il malato, per quanto disturbato, dovrà chiedersi: "Perché non mi rivolgono la parola, perché m'isolano in una stanza, perché non mi assegnano alcun lavoro, perché ce l'hanno con me?"

Appare chiaro che sull'iniziale depressione, comincino a formarsi idee deliranti persecutorie.
Ma perché i suoi compagni di lavoro avrebbero dovuto isolarlo? La risposta non può essere che la seguente: per i suoi spunti interpretativi rompeva l'armonia dell'ufficio, dava fastidio e andava isolato.

Se, poi, si tiene presente che i fratelli della moglie, con grande affetto, la gratificavano, quasi giornalmente con ogni sorta di regali e che poi, mentre il malato la vegliava morta, essi entravano, di soppiatto, nella camera da letto per appropriarsi di tutti i gioielli, anche di quelli da lui regalati; se si tiene presente che gli stessi parenti richiedevano indietro tutti i doni e che mentre egli era fuori di casa vi entravano con una "chiave falsa", per svuotarla di questo o di quell'oggetto, di questo o di quel mobile; se si considera la condizione affettiva del malato che si sente solo e vive in una "estrema solitudine", si comprende come un delirio persecutorio possa innestarsi su reali situazioni persecutorie. Il passo, da questa reale e crudelissima situazione affettiva, all'innesto di un delirio persecutorio, sulla depressione di fondo, sembra essere obbligato. Appare evidente che la sottrazione, a sua insaputa, di 7 milioni di Bot, al cui risparmio certamente il paziente aveva collaborato con il suo stipendio, scatenasse un delirio persecutorio in un soggetto già provato dalla morte della moglie e che, pertanto, per strada avesse paura di incontrare persone sconosciute, inviate dai parenti della moglie, per minacciarlo o per chiedergli conto di come avesse speso i soldi della liquidazione assicurativa per la morte traumatica della stessa. La sottrazione dei 7 milioni non esclude il delirio persecutorio, ma rappresenta una delle cause scatenanti del delirio persecutorio, tanto più se il soggetto è strabico. Egli vede già naturalmente una realtà doppia. Anche da un punto di vista affettivo, vive una realtà psichica doppia che lo induce gradualmente al dubbio, alla confusione e all'ambivalenza (N.Glielmi, La nascita della parola e del pensiero).
Va rilevato che il dr. Sozzi scrive: "il malato recitava il mea culpa per aver prematuramente sospeso tale terapia".

Un soggetto che reciti "il mea culpa" piuttosto che prendere il farmaco, di cui conosce nome e posologia, dimostra d'essere ambivalente, altro sintomo psicotico: "Le prendo-non le prendo", "Lo faccio-non lo faccio", "Esisto-non esisto". Recitare "il mea culpa" davanti al medico non è come recitarlo davanti al prete. Il problema sembra dell'esaminatore, ma produce il suo effetto scandalistico perché richiama a valori e a tematiche confessionali, che sono assai lontani dall'oggettività, dalla scienza e dalla ragione richieste soprattutto allo psichiatra che lavora con i sentimenti, con le parole e con le idee.

INT.: Il dr. Sozzi continua così: "Formulavo perciò da parte mia la diagnosi di sindrome ansioso-depressiva".

CS.: tale diagnosi non è stata comunicata ad alcuno, nonostante gli fosse stata richiesta tre volte (vedi relazione dr. Valenti e "La legge 180 in Tribunale").

La sindrome ansioso-depressiva è una diagnosi psichiatrica che può richiedere il ricovero ospedaliero con o senza T.S.O., secondo le circostanze.

Egli scrive sindrome ansiosa-depressiva: ansiosa prima di depressiva. Evidentemente qui il disturbo dell'umore è secondario e l'ansia è il disturbo primario.
Esaminiamo, quindi, il sintomo ansia. Questa può essere persecutoria ed ipocondriaca.
L'ansia persecutoria ha una duplice matrice, una interna e l'altra esterna al paziente. Nel caso del Mirabile, l'ansia è persecutoria perché è sostenuta dalle idee deliranti persecutorie, dai disturbi senso percettivi, e dalla forzata continenza sessuale, quali fattori interni; dall'emarginazione nell'ambiente di lavoro e dalla solitudine nel resto della giornata e della notte, quali fattori esterni.

L'ansia del Mirabile non è ipocondriaca. Sia nella cartella clinica stilata dalla dr.ssa Lucia Della Villa, sia nella relazione del dr. Pietro Mondì, sia nella denuncia del dr. Sozzi non vi è alcun cenno ad "un'alterazione morbosa dell'autosensazione, ad un disturbato sentimento generale corporeo che presuppone un'alterazione nella relazione del paziente con il proprio corpo" (R. Rossini, Trattato di psichiatria, pag.573. Cappelli edit.1969). Il Mirabile non presenta preoccupazioni per la sua salute, non lamenta sensazioni cenestesiche abnormi, malesseri fisici generali o localizzati in qualche organo, cuore, fegato, stomaco, ecc. Una sintomatologia ipocondriaca non avrebbe potuto passare inosservata e l'esaminatore sarebbe orientato per un'ansia ipocondriaca.

Non v'è dubbio, quindi, che trattasi di ansia persecutoria. Tale è l'ansia riscontrata dalla dr.ssa Della Villa e certificata dalla stessa come "stato d'ansia". Il sintomo ansia, assurto a dignità di diagnosi, domina e sopravanza tutti gli altri sintomi, data la "reticenza" dalla medesima evidenziata.

La dr.ssa Della Villa non ha evidenziato i disturbi della percezione e dell'ideazione per la "reticenza" del malato. Non ha detto nulla della sua vita sessuale. Ha chiuso il suo giudizio psichiatrico affermando che il malato era "reticente". Come si possa dimettere un ammalato "reticente", ricoverato con TSO, è un problema della dr.ssa della Villa in quanto appare chiaro che se un malato è reticente, deve restare ricoverato, in osservazione, per scoprirne le intenzioni, gli istinti e la loro psicopatologia. Il malato è stato dimesso frettolosamente senza che prima fosse testato psicologicamente e sottoposto ad esame elettroencefalografico.

La "reticenza" si riscontra nelle sindromi psicotiche deliranti. Il malato delirante, spesso, è reticente perché teme d'essere perseguitato a causa delle sue stesse dichiarazioni, altrimenti non sarebbe delirante, o non sarebbe reticente.
Questi sono argomenti specialistici che gli inquirenti non conoscono, anzi non sono tenuti a conoscere. E' grave, invece, che essi, davanti a chiarissime dichiarazioni del denunciante, comprensibili per tutti, abbiano volto il loro sguardo al cielo, come l'arbitro Moreno ai Mondiali di calcio in Corea.

INT.: Perché?

CS.: Perché il dr. Sozzi, dopo aver formulato la diagnosi "nella sua mente" (v. "La legge 180 in Tribunale"), scrive: "e, in separata sede, riprescrivevo la terapia precedentemente praticata a cui il Mirabile dichiarava che si sarebbe volentieri sottoposto."

La questione sta tutta qui, rivelata dallo stesso medico! L'Ispettore di Polizia Giudiziaria voleva conto e ragione sulla ricetta presentatagli dal paziente (la figlia, o copia non è stata ritrovata!); ma è lo stesso denunciante a dichiarare che ha prescritto la ricetta "in separata sede", di nascosto dal dr. Mondì, dal primario e dall'assistente sociale. Di questa sua iniziativa "in separata sede…" si è venuti a conoscenza dopo circa un mese, quando l'avvocato Giambattista Freni ha richiesto la documentazione all'ASL per preparare la difesa. La ricetta del dr. Sozzi mi è stata mostrata dopo circa 20 mesi, quando sono stato interrogato dall'Ispettore di Polizia Giudiziaria.

La dichiarazione scritta del dr. Sozzi non ha tanta importanza per questioni di deontologia professionale, quanta ne ha per gli aspetti medico-legali. Egli ha prescritto la ricetta di nascosto e non ne ha lasciato traccia in cartella clinica al momento della prescrizione, come di norma si è obbligati a fare in tutti gli ospedali, in tutti gli ambulatori di Salute Mentale del territorio nazionale. Non ha comunicato il suo giudizio diagnostico e l'iniziativa terapeutica adottata. Ha strillato come un ossesso "Il malato non si deve ricoverare", senza dare una spiegazione, senza mostrare la sua ricetta, senza dire in presenza degli altri colleghi medici: "Il paziente accetta di curarsi a casa, ecco la ricetta da me prescritta e da lui accettata".

Non avrei neppure visitato il malato se fossi venuto a conoscenza dell'esistenza di una ricetta perché con tale documento il dr. Sozzi assumeva implicitamente, anche se non del tutto legalmente, la responsabilità di rinviare l'ammalato a casa. Credo che se il dr. Virginio Sozzi avesse mostrato la ricetta al dr. Pietro Mondì, costui si sarebbe sentito sollevato da eventuali responsabilità penali di rinviare a casa un ammalato da lui giudicato in pericolo di suicidio.

Il Mirabile, a sua volta, durante la mia visita, non dichiara di essere in possesso di una ricetta, anzi dichiara che "non intende prendere farmaci perché si ritiene sano di mente e perciò di non averne bisogno".

Il comportamento del dr. Sozzi è qualche cosa di più della semplice scorrettezza deontologica, trattandosi d'occultamento di documentazione dovuta ad un suo collega in merito ad un preciso fatto di legge, e dovuta al suo diretto superiore, il primario.

Neppure dalla relazione dell'assistente sociale si evince che questi fosse a conoscenza dell'esistenza di una ricetta. Egli scrive: "in più occasioni cerco di entrare in contatto col dr. Sozzi (il quale è disponibile perché si faccia una ricetta farmacologica da consegnare al paziente)". La testimonianza della disponibilità del dr. Sozzi a prescrivere una ricetta, non è la dichiarazione che egli sia a conoscenza della prescrizione fatta. Inoltre, l'assistente sociale colloca la disponibilità del dr. Sozzi in un tempo successivo alla firma di convalida del T.S.O., dimostrando che, ad operazioni mediche concluse, non sa che il dr. Sozzi, "ha riprescritto la terapia". Più avanti, nella sua relazione, scrive: "Il Mirabile accetta altresì di curarsi dietro nostra prescrizione farmacologica". Neppure a questo punto egli dimostra di essere a conoscenza che il malato è in possesso di una ricetta. Se ne fosse stato a conoscenza, avrebbe scritto: "Il dr. Sozzi ha prescritto una ricetta di farmaci al malato, il quale l'ha accettata dando assicurazione di eseguire la cura prescritta". Non può dirlo, perché non lo sa. Il dr. Virginio Sozzi, sebbene fosse stato sollecitato a prescrivere una ricetta, non gli comunica di aver "riprescritto i farmaci". Considerando che l'assistente sociale ha scritto la relazione dopo più di 48 ore dai fatti, se ne deve dedurre che neppure al momento della sua stesura, egli fosse a conoscenza dell'esistenza di una ricetta. C'è da chiedersi perché il dr. Sozzi ha tenuto gelosamente nascosta questa notizia. Evidentemente per un interesse inconfessabile. Quale esso sia può dirlo solo il dr. Sozzi.

In proposito gli inquirenti non hanno posto alcuna domanda al dr. Sozzi del tipo: - "Ove ha messo la copia della ricetta?", - "Quando ha prescritto i farmaci al Mirabile?", - "Prima o dopo della visita del Capo Settore?", - "Ha comunicato al primario e al dr. Mondì che ella aveva prescritto una ricetta farmacologica", - "Perché alle ore 12.50 (v. testimonianza di Mangano), dopo la convalida del Capo Settore, ha annullato con un suo fonogramma la richiesta di un posto letto al Servizio di Psichiatria, fatta precedentemente dal dr. Mondì?", - "Il primario era a conoscenza di queste sue iniziative?"
Nessuna di queste pertinenti domande è stata posta dagli inquirenti. Probabilmente le loro indagini investigative non avevano come fine l'accertamento della verità.

INT.: Il dr. Sozzi scrive: "Cadeva quindi automaticamente la necessità di un ricovero, tanto meno di un T.S.O…". CS.: "Cadeva solo nella mente" del dr. Sozzi che non chiarisce, non motiva, prima, durante e dopo la mia visita, le ragioni della "caduta automatica" della necessità del ricovero.

INT.: Il dr. Sozzi scrive: "Esprimevo questo mio parere al dr. Mondì ma egli di tutt'altro avviso, ritenendo che il Mirabile fosse affetto da una psicosi acuta verisimilmente a carattere persecutorio (stando a quanto dichiarato sui parenti della moglie, in particolare per l'episodio dei sette milioni) e non credendo alla volontà di curarsi del paziente (che si era recato da noi per questo), spiccava ugualmente il T.S.O."

CS.: Due parentesi che rivelano soggettività astiosa e non oggettività clinica.
Questo parere lo rivela nella relazione scritta il giorno 27, dopo più di 24 ore dalla visita. A me e agli altri medici non ha comunicato le ragioni del "suo parere". Il dr. Mondì dopo avermi ragguagliato sulla sintomatologia del malato e sulla diagnosi, mi riferiva che il dr. Sozzi si opponeva al ricovero senza aver visitato il malato e senza aver fatto una diagnosi.

Ritorna il termine "spiccare il T.S.O." che fa comprendere il grado di cultura psichiatrica del denunciante. Sembra che egli ignori il linguaggio psichiatrico, ma il termine usato produce sicuri effetti scandalistici sul lettore, che, se non avveduto, confonde e scambia, nel suo inconscio, la carcerazione con il ricovero terapeutico.

INT.: "E chiedeva il conseguente intervento dei Vigili Urbani per l'esecuzione di esso."

CS.: Le parole "intervento" ed "esecuzione", come spiccare, procedere, interrogatorio, spiegamento di forze, decretare, non fanno parte del linguaggio psichiatrico, ma del lessico del giornale scandalistico. Neppure l'infermiere psichiatrico usa una simile terminologia.
Il medico proponente non può invitare la forza pubblica se prima non è convalidata la sua proposta da un altro medico. I Vigili Urbani possono muoversi dal loro ufficio, per accompagnare un malato, solo in possesso dell'ordinanza del Sindaco, che la emette dopo avere esaminato la proposta di ricovero firmata da due medici. Il dr. Mondi, il signor Ferro Giovanni e gli stessi Vigili Urbani confermano questa procedura.
La mancanza di conoscenza, nel denunciante,della prassi che regola un ricovero coatto, ha generato confusione nel Direttore Generale, nel Direttore Sanitario e negli inquirenti che sono caduti nel grossolano errore di indagare circa presunte responsabilità del Sindaco per ordinanze di ricovero firmate anticipatamente. N'è stata diffusa notizia anche nelle televisioni locali. Gli inquirenti si sono arrampicati letteralmente sugli specchi, accusandoci di volere ingannare il Sindaco di Messina. A che scopo? Quale il movente? Questa non è più commedia e neppure farsa, ma semplicemente sketch di sprovveduti, d'ignoranti e di gaglioffi. C'è da chiedersi, piuttosto, se l'allargamento scandalistico alle responsabilità del Sindaco avesse l'unico fine di sviare da un problema di facile soluzione, e non fosse anche la minaccia pretestuosa da camarilla verso lo stesso Sindaco.

INT.: Il dr. Sozzi scrive: "Il dr. Nicola Glielmi, che nella sua qualità di Primario responsabile del C.S.M. doveva convalidare il T.S.O., interrogava personalmente il Mirabile".

CS.: Il dr. Sozzi rifiuta di convalidare o di annullare la proposta di ricovero con un suo giudizio scritto in calce alla stessa, come richiesto dalla legge, e assegna tale compito al Capo Settore "che nella qualità di primario responsabile doveva convalidare il T.S.O.".

Il dr. Sozzi dovrebbe rispondere di "omissione e rifiuto di atti di ufficio".
Nel mio interrogatorio, l'Ispettore di Polizia Giudiziaria, voleva conto e ragione del perché, a suo dire, io avessi scavalcato il dr. Sozzi e firmato il T.S.O. preparato dal dr. Mondì. Altrettanto il P.M. dr. Pietro Mondaini, convinto, tra l'altro, che questo fosse uno specifico compito del dr. Sozzi e non di tutti i medici della struttura. Altrettanto il manager dr. Francesco Poli come il dr. Pietro Mondaini, anzi questi come quello, dimostrando di non avere letto il presente documento e suscitando il sospetto che egli fosse all'ordine del Direttore Generale. Il solo supporre che avessi voluto scavalcare il dr. Virginio Sozzi, dopo questa sua dichiarazione, confermata nel suo interrogatorio alla Polizia di Stato, denota, nel manager dr. Francesco Poli, un arrogante pretesto, nel P.M. dr. Pietro Mondaini una colpevole incapacità professionale per la sua proposta d'archiviazione della mia denuncia contro Poli e altri, sostenuta dall'assurda sua tesi che il primario abbia voluto scavalcare il dr. Virginio Sozzi, adibito, egli solo, il dr. Virginio Sozzi, all'ufficio della convalida.

Nessun obbligo specifico incombe al Primario responsabile di convalidare il T.S.O., come crede e come scrive il dr. Sozzi. Nessuna responsabilità specifica detiene il dr. Sozzi a convalidare un TSO, come scrive il P.M. dr. Pietro Mondaini.

L'obbligo e la responsabilità di convalidare un TSO sono conferiti, pro tempore, al medico al quale il proponente si rivolge per la convalida della sua proposta. Il dr. Sozzi è venuto meno ad un preciso dovere conferitogli dal dr. Mondì. Il dr. Sozzi non aveva la specifica funzione di convalidare un TSO, come unico "addetto" a tale compito. Nel caso specifico: per l'omissione di atti d'ufficio da parte del dr. Sozzi, il primario non avrebbe potuto sottrarsi, a sua volta, con una seconda omissione. Mi sembra che questo non sia soltanto logico, ma, forse, anche codificato dalla legge. Discutibile sarebbe stato se il primario avesse "disfatto" ciò che altri avesse "fatto": Tiresia docet!, non avendo potuto Zeus restituirgli la vista che altro dio gli aveva tolto, ma il dr. Virginio Sozzi non aveva "fatto" niente, solo chiasso e confusione. Il primario potrebbe anche avocare a sé la facoltà della convalida di un TSO, come quello della dimissione del malato, ma considerando che un medico dei servizi di salute mentale è chiamato a pronunciarsi con documento scritto sulla convalida di un T.S.O., al domicilio del malato, si comprende come il Primario responsabile, non godendo del dono dell'ubiquità, non può esercitare tale suo diritto che, pertanto, tacitamente delega a tutti i suoi collaboratori. Se si considera che in un Centro di Salute Mentale di una città di circa duecentomila abitanti, il primario non sta con le mani in mano aspettando l'arrivo di un malato per il quale bisogna prendere una decisione per ricoverarlo o meno, si comprenderà come egli non possa avocare a sé la facoltà della decisione della convalida di un ricovero. La legge 180 inizialmente obbligava l'Ufficiale Sanitario del Comune a convalidare una proposta di ricovero. Una volta abolita la figura dell'Ufficiale Sanitario, l'obbligo della convalida è passato al medico psichiatra della struttura pubblica. La proposta può essere fatta anche dal sanitario della Medicina di Base, non si esclude che possa essere avanzata da qualsiasi medico d'ogni grado e specializzazione. La convalida è di pertinenza del medico della struttura psichiatrica, sia egli assistente, o aiuto, o primario, sia egli specialista, o non in psichiatria. Avendo il legislatore indicato genericamente il medico della struttura psichiatrica, come persona idonea a convalidare una proposta di TSO, senza precisare la posizione del ruolo, senza neppure chiedergli la specializzazione in psichiatria, sembra ovvio che egli consideri il TSO come un normale e routinario atto terapeutico, così come poi é nella realtà.

In conclusione questa è la sequenza dei fatti: il dr. Virginio Sozzi visita il malato in due minuti (relazione Mondì); fa diagnosi di depressione ansioso-depressiva "nella sua mente" (La legge 180 in Tribunale) e non la comunica né al suo collega dr. Pietro Mondì, né al primario; prescrive "in separata sede" una terapia farmacologica; non scrive il suo "no" motivato sotto la proposta di ricovero preparata dal dr. Mondì, il solo modo per evitare il ricovero con T.S.O. al malato Mirabile; non scrive le sue osservazioni in cartella clinica; non lascia traccia in cartella clinica della prescrizione farmacologica. Pretende che il primario deliberi per lui, ma osa sindacare il suo operato, criticando la sua diagnosi e, cosa inaudita e inconcepibile, le modalità di approccio con il malato. Qualsiasi medico ha il diritto e il dovere di criticare l'operato di un primario, ma non deve commettere tutta questa lunga serie di negligenze, di inosservanze, di sotterfugi e di omissioni.

INT.: "L'interrogatorio si svolgeva invero alla presenza di un folto pubblico (con quale riguardo per la privacy del paziente!).

CS.: Altra parentesi! Espressioni cariche di veleno fuori e dentro la parentesi. Questo medico declama ad un Sindacato nome, cognome, luogo, data di nascita, attività professionale, psicopatologia, diagnosi psichiatrica e fatti personali dell'ammalato Mirabile e pretende anche di dare lezione sulla privacy! Questa è faccia tosta!

INT.: Il dr. Sozzi parla "di un folto pubblico".

CS.: Tutti medici. Avrebbero potuto essere il doppio, ma il linguaggio è adatto ad un giornale scandalistico perché anche questa frase, infatti, ha destato scandalo avviando il procedimento di recesso (v. relazione del Direttore Sanitario e lettera di sospensione del dr. Poli ). Tutta la lettera è coloritamente lesiva del mio prestigio.

INT.: "Erano presenti infatti nell'ufficio del Capo Settore lo scrivente, il dr. Mondì…

CS.: Sì, è vero.

INT.: "…l'assistente sociale signor Favano che pure aveva seguito il caso ed era contrario al T.S.O…"

CS.: E' falso. L'assistente sociale non era presente al momento della mia visita. La sua assenza si può desumere dallo stesso fervore con il quale interviene, dopo la mia convalida, per fare stracciare un documento già firmato; se fosse stato presente, sarebbe intervenuto prima della firma della convalida e non dopo. Dalle varie testimonianze non risulta la sua presenza durante il tempo della mia visita.
Per il giudizio che l'assistente sociale fosse "contrario al TSO", il dr. Sozzi dona all'assistente sociale una prerogativa che non può concedere neppure il Presidente della Repubblica. Il beneficiato assistente sociale, a sua volta, tenterà di persuadere l'Ispettore di Polizia che per il caso Mirabile si richiedeva "una diagnosi d'equipe", dimenticando che a seguito delle informazioni sociali da lui fornite, il dr. Pietro Mondì aveva proposto il TSO; certamente ignorando che tre medici presenti si erano astenuti dal dare un giudizio diagnostico, sebbene si facessero in quattro per convincere il malato a ricoverarsi volontariamente; dimostrando velleitarismo che rasenta la paranoia e che solo un ignorante Ispettore di Polizia può mettere a verbale come prova a carico di una supposta condotta medica irregolare. Del resto il P.M., dr. Domenico Crascì, ignora procedure elementari, che conoscono perfino le lavandaie, e fa chiedere un parere sull'opportunità del ricovero a soggetti che non sono medici, piuttosto che chiedere una perizia psichiatrica sulle carte o sulla persona del malato, piuttosto che fare interrogare i medici dr. Italiano e dr. Di Marco, presenti alla visita.

INT.: Il dr. Sozzi così continua: "…il dr. Giuseppe Rao, psichiatra del "Margherita" che storceva la bocca manifestando il suo stupore e disappunto per il T.S.O."

CS.: Sì, il dr. Rao era presente. Bisognerebbe chiedere a lui perché storceva la bocca. A me pare, viste le testimonianze di tutti e dello stesso dr. Giuseppe Rao, che storcesse la bocca per disapprovare il comportamento aggressivo del dr. Virginio Sozzi. Questa frase, menzognera, delirante e interpretativa, ha il suo effetto scandalistico e diffamatorio.

INT.: Il dr. Sozzi scrive: "il dr. Aldo Valenti, psicologo che coadiuva il dr. Glielmi nell'Ufficio di Capo Settore con mansioni prettamente amministrative, il dr. Italiano del Ser.T. di Milazzo, altri due (credo) colleghi medici, nonché personale dell'Ufficio del Capo Settore ( ma non ricordo bene chi)".

CS.: Altre due parentesi e un avverbio di troppo che merita una spiegazione.
E' falso che il dr. Valenti fosse presente. Al momento della visita erano presenti i dottori Sozzi, Mondì, Italiano, Di Marco, Rao, tutti medici. I dottori De Luca e Valenti, per loro dichiarazione, non erano presenti alla visita. Il dr. Sozzi ha intravisto il dr. De Luca, nel mio ufficio per una riunione sindacale, prima della visita al malato. E' probabile che in questo stesso momento avesse visto anche l'ausiliario Catinello Francesco o l'infermiera Laudi Maria, della segreteria del Capo Settore, presenti per qualche motivo inerente alla riunione in corso. Ma Catinello Francesco e Laudi Maria (non ascoltati dall'autorità Giudiziaria) sono persone di una tale educazione e discrezione che non si sarebbero fatto dire: "per favore accomodatevi fuori perché debbo fare una visita": sarebbero uscite spontaneamente, anche perché non competeva loro d'essere presenti durante una visita medica. E' chiaro che il dr. Sozzi intende colpire a tutto campo l'ufficio del Capo Settore.

Il dr. Sozzi, ogniqualvolta usa un avverbio, mette a nudo le sue intenzioni colme d'odio. Egli scrive che il dr. Aldo Valenti "coadiuva il dr. Glielmi con mansioni prettamente amministrative". E' un'altra menzogna e con l'avverbio "prettamente" intende mettere in cattiva luce il dr. Valenti che, invece, oltre al suo lavoro di psicologo e di psicoterapeuta, mi collaborava nell'ufficio di Capo Settore, essendo l'unico, fra tutti, a saper usare il computer dato da poco in dotazione. L'intenzione di colpire il dr. Valenti trova riscontro nelle menzogne di un altro soggetto iscritto allo stesso sindacato SNAOS, la signora Marisa Mangano.

INT.: Il dr. Sozzi scrive: "A breve e banale interrogatorio rispondeva a mezza voce, visibilmente intimidito da cotanto spiegamento di forze."

CS.: Questo medico visita il malato per non più di due minuti e poi si permette di scrivere "a breve e banale interrogatorio!". Questa è faccia di bronzo! "Cotanto spiegamento di forze": il linguaggio, nel manifesto proposito diffamatorio, da poliziesco si fa militaresco conseguendo l'effetto desiderato.
"Visibilmente intimidito": come se questa non fosse un'osservazione da valutare in clinica psichiatrica.
Si riporta stralcio dell'interrogatorio del 19 settembre 1997 da parte dell'Ispettore di Polizia Giudiziaria al signor Giuseppe Mirabile:

" Domanda: Le domande gliel' ha fatte solo il dr. Mondi, oppure c'erano anche altri medici?
Risposta: Non ricordo bene se c'erano anche altri medici. Ricordo che il dr. Mondì mi ha chiesto se volevo salutare il suo direttore. Io gli ho detto che non avevo nulla in contrario. Infatti l' ho salutato.

Domanda: Quando ha salutato il Direttore del dr. Mondi nella stessa stanza c'erano altre persone?
Risposta: Non ricordo bene se c'erano anche altre persone".

Sembra che il malato non si fosse reso neppure conto della presenza degli altri medici. Lo stralcio del dialogo riportato n'è la prova. L'Ispettore di Polizia Giudiziaria e gli inquirenti non indagano per accertare fatti concreti riguardo al delitto ipotizzato, ma per accertare banalità scandalistiche, come il numero delle persone presenti nella mia stanza. In questa avrebbero potuto essercene cento. Non avrebbero aggiunto alcun elemento aggravante al corpo del reato se non quello di essere giudicati essi stessi complici, essendo tutti medici, per non averne ostacolato l'attuazione, così com'è perseguibile colui che assiste al rapimento di una persona senza ostacolarlo, così com'è punibile colui che vede un bimbo cadere in mare senza soccorrerlo. La laboriosa indagine degli inquirenti dimostra una loro grave contraddizione in terminis perché i medici presenti alla visita collegiale di un malato sono corresponsabili del conseguente atto medico, e, quindi, complici del reato "di sequestro di persona".

Il docente universitario presenta l'ammalato a centinaia di studenti: se il malato Mirabile avesse presentato elementi clinici degni di rilievo, sarebbe stato mio dovere, come del resto ho sempre fatto, illustrare il caso a tutti i collaboratori, infermieri compresi. Tutti sarebbero stati obbligati al segreto professionale. Gli inquirenti non sono medici e, naturalmente, ignorano i fatti giornalieri della medicina: non possono fare altro che andare dietro alle fantasticherie di un sicofante.
INT.: "Dopodiché, il dr. Glielmi chiedeva al dr. Mondì di formulare la sua diagnosi che questi riconfermava di psicosi acuta ed a me se ero d'accordo su questa diagnosi (dichiaravo di non essere d'accordo).

CS.: Un'altra parentesi! In questa dichiara di non essere d'accordo, ma non dice, al momento della visita, o meglio prima di questa, quale sia la sua diagnosi ("La legge 180 in Tribunale). Questa dichiarazione è falsa perché sposta l'azione nel tempo. Come risulta dalla relazione dei dottori Di Marco, Italiano, Rao, Valenti, chiedo la diagnosi al dr. Sozzi prima della visita e non dopo. Il suo rifiuto mi costringe a visitare il malato. Una volta visitato il malato non ho bisogno di sentire il parere di alcuno. Agisco autonomamente e secondo il mio personale giudizio clinico. Questa menzogna tende a nascondere il suo comportamento sciocco, insubordinato e villano, denunciato da tutti i presenti. Nessuna discussione sulle diagnosi dei due aiuti medici, ma soltanto accese provocazioni, volgarità e minacce da parte del dr. Sozzi dopo la convalida.

INT.: "Infine, dato che il Mirabile affermava di aver dimenticato la terapia della sera (10 gocce di Lexotan) e la pillola del mattino (1 compressa di Noritren!) il dr. Glielmi traeva spunto da ciò per decretare il ricovero coatto del paziente."

CS.: nessun medico nel bel mezzo di una visita la interrompe per accendere una discussione sulla diagnosi di un altro. La discussione semmai precede o segue la visita. L'avverbio "infine" e la dichiarazione del malato di aver dimenticato i farmaci rivelano che a questo punto la visita non era stata ultimata, non poteva esservi, quindi, alcuna discussione. Il dr. Sozzi sposta le azioni nel tempo o, più semplicemente, mente.
"Decretare" è una parola estranea al linguaggio medico. Si passa da quello poliziesco a quello giurisdizionale.
Va rilevato che precedentemente ha scritto: "Noritren 25 mg. e Lexotan 10 gocce che assumeva in unica dose serale". Riduce il dosaggio del Noritren (probabilmente mattino e sera), ora solo la sera, ora solo il mattino con l'evidente scopo di ridurre la gravità della malattia riducendo la quantità del farmaco. Egli, infatti, subito dopo scrive:

INT.: "E ciò nonostante il fatto che le condizioni psichiche del paziente non erano tali da richiedere urgenti interventi terapeutici (il paziente era calmo, docile, responsivo, lucido) e nonostante il fatto che il Mirabile avesse accettato la terapia da me prescrittagli (era venuto da noi per questo!).

CS.: Altre due parentesi con un contenuto equivoco e tendenzioso. Quanto sia stato "lucido" si può dedurre dal riportato stralcio delle risposte date all'Ispettore di Polizia. Quanto sia stato "responsivo" può essere dedotto dalla "reticenza" evidenziata dalla dr.ssa Della Villa in cartella clinica.
La terapia, per sua dichiarazione, è stata "riprescritta in separata sede" e non è stata comunicata né a me, né al dr. Mondì, né agli altri medici e neppure all'assistente sociale.
Il dr. Virginio Sozzi sentenzia con un punto esclamativo che il paziente "era venuto da noi per questo!". Pone questa frase tra parentesi come a significare che apre al lettore lo scrigno segreto della sua anima dove si legge, invece, la candida confessione di non avere visitato il malato e che "nella sua mente" ("La legge 180 in tribunale") ha fatto diagnosi di "sindrome ansiosa depressiva", si suppone, ex adiuvantivus.

Una diagnosi ex adiuvantibus può farla non solo un infermiere ma chiunque sia venuto a contatto con una determinata sostanza chimica. Se il padre di uno schizofrenico vede la ricetta di Aloperidolo, prescritta al figlio di un suo amico con lo stesso dosaggio prescritto al proprio, egli penserà "nella sua mente" che il ragazzo, anche se non lo conosca, sia affetto da schizofrenia, come suo figlio.

Il Direttore Generale, il Direttore Sanitario, i giudici, i poliziotti e i giornalisti hanno fatto propria questa tesi aberrante: che al malato si possa prescrivere il farmaco senza visitarlo. Tutti hanno accolto questa tesi e non si sono accorti della superficiale bestialità enunciata. La "Gazzetta del Sud" del 1 febbraio 2000, per il procedimento a carico del Direttore Generale dell'Ausl N.5, archiviato dal giudice dr.ssa Eugenia Grimaldi scrive, dopo una lunga serie di inesattezze: "Tutta la vicenda è legata ad una richiesta di farmaci e a un conseguente caso di Trattamento Sanitario Obbligatorio contestato". Nessun medico prescrive il farmaco al malato senza visitarlo, soprattutto alla prima visita, anche se facesse diagnosi ex adiuvantibus. I farmaci presentati, o dichiarati da un malato al medico e la loro eventuale efficacia, possono orientare un giudizio diagnostico, ma in nessun caso possono esimere il medico dall'obbligo di visitare il malato.

INT.: Il dr. Sozzi continua: "Davanti agli sguardi allibiti dei miei colleghi mi sono, credano pure le S.S.L.L., sentito umiliato, perché la dignità di un uomo mite, che era spontaneamente venuto a chiedere aiuto al nostro Centro e ne usciva sotto scorta dei Vigili Urbani per essere ricoverato in T.S.O., era stata barbaramente calpestata e vilipesa. Ho sentito tutto questo sulla mia carne e allora mi sono fortemente arrabbiato col dr. Glielmi, scatenando la sua collera (voleva mandarmi al "manicomio" come minaccia spesso di fare a chi gli si oppone); poi mi sono scusato e riappacificato".

CS.: Altri tre avverbi: "Spontaneamente", "barbaramente", "fortemente" e una parentesi contraddetta dal dr. Italiano e dal dr. Di Marco. Questi due medici scrivono nella loro relazione: "…seguiva una fase convulsa caratterizzata da animosità da parte del Sozzi, durante la quale quest'ultimo con atteggiamento concitato e irriverente chiedeva un ordine di servizio che lo trasferisse al Mandalari. Il dr. Glielmi, a questo punto, diceva al dr. Sozzi che poteva pure procedere egli stesso, di suo pugno, alla redazione di un siffatto ordine di servizio, che egli avrebbe sottoscritto."

"Spontaneamente", per significare la sanità mentale del Mirabile come se nessun aspirante al suicidio si rechi spontaneamente dal medico addirittura mezz'ora prima dell'evento.

"Barbaramente" è un avverbio presente nella mente, sulle labbra e nell'azione del nazista. Da visionario nazista, infatti, egli afferma il falso perché contraddetto dal dr. Giuseppe Rao. Questi, nonostante le molte bugie evidenziabili dalle ambiguità e contraddizioni delle risposte, proprie della persona incapace di prendere posizione in favore della verità, a domanda dell'Ispettore di Polizia Giudiziaria ( il quale corre dietro le farfalle, che meglio andrebbero definite dal cognome del delatore), dice: -"Per inciso ricordo anche che si cerca di fare opera di persuasione con il paziente perché questo si ricoveri volontariamente al fine di evitare il T.S.O., ma dopo l'opposizione di questi si recede dal tentativo di persuaderlo al ricovero. - Domanda: Chi era la persona o il medico che cercava di persuadere il paziente al ricovero ? - Risposta: Mi sembra di ricordare, ma non posso essere preciso, che fosse il dr. Glielmi" - Domanda: Chi ha comunicato al paziente che sarebbe stato ricoverato comunque ("barbaramente") con un ricovero coatto ? - Risposta: Ricordo che al paziente da più persone presenti venne spiegato il perché veniva espletato il ricovero con T.S.O."

L'avverbio "barbaramente" può essere collocato soltanto al momento conclusivo della visita medica. Tale è il parere dell'Ispettore di Polizia per accertare i modi e i tempi "barbari", perché egli chiede precisazioni sulla persona che "comunque" abbia comunicato al paziente che sarebbe stato ricoverato con un ricovero coatto.

Fare opera di persuasione, però, non significa trattare una persona barbaramente. E' chiaro che il dr. Sozzi, e forse anche l'Ispettore di Polizia, o chi per lui, confonde il ricovero coatto giudicato "barbaro", con la condotta medica. Allo stesso modo che un chirurgo sia giudicato "sanguinario" in senso criminoso, per il semplice fatto che con un bisturi apre la pancia di un malato. L'azione può anche essere barbara, ma non lo sono l'intenzione, il modo e lo scopo.

Trattandosi di un avverbio, rivelatore di una condizione psicologica soggettiva, se ne deduce che per il dr. Virginio Sozzi, la realtà è soltanto quella che esiste nella sua mente e non la vera realtà vista e descritta dagli altri.

Più complicata appare l'analisi dell'avverbio "fortemente", non essendo usato in senso diffamatorio perché riguarda la persona del delatore. Bisogna perciò esaminare lo scopo che intende raggiungere che è quello di confessare la sua villania, o meglio di mettere una bella coltre sulla sua villania, confessando di essersi "fortemente arrabbiato" non perché villano, aggressivo, eccitato e fuori di sé, ma per difesa del malato. Chi potrebbe, infatti, accusarlo d'insubordinazione se egli stesso la confessa motivandola?

Dopo avere esaminato la menzogna racchiusa in parentesi e i tre avverbi, mi sembra di poter affermare che questo sia il periodo più rilevante di tutta la lettera. Contiene, infatti, molti elementi della psicopatologia psichiatrica: dagli impulsi aggressivi immotivati e incontrollati, alle menzogne deliranti in senso persecutorio, all'interpretazione delirante degli "sguardi allibiti dei colleghi" per il suo "atteggiamento concitato e irriverente"; soprattutto per la sua identificazione col paziente e per l'esternazione di un antico complesso di colpa per aver ucciso edipicamente il Capo Settore, col quale "si riappacifica ed al quale chiede scusa" e contro cui, tuttavia, scrive un tale documento, mentre continua a mantenere con lui un buon rapporto interpersonale.

"Gli sguardi dei colleghi sono allibiti" per le esplosioni aggressive del dr. Sozzi. Queste sono testimoniate dai dottori Italiano Claudio, Di Marco Paolino, Mondì Pietro e Rao Giuseppe, ma non dall'assistente sociale, che per non farne neppure cenno dimostra di avere scritto il falso circa la sua presenza nella mia stanza prima, durante e subito dopo la mia visita al Mirabile: in ogni caso di avere scritto il falso, perché se fosse stato presente, come sostiene, non ha fatto riferimento alle aggressioni del dr. Sozzi e perché se fosse stato presente, in tanto trambusto in cui tutti tacevano "allibiti", non avrebbe avuto la possibilità di concionare come Cicerone, così com'egli si descrive.

Il dr. Mondì scrive: "Il dr. Glielmi convalida la richiesta del TSO da me presentata. A questo punto, il dr. Sozzi rivolge all'indirizzo del dr. Glielmi e di me stesso frasi poco rispettose e addirittura ingiuriose".
La testimonianza, sul punto, dei dottori Italiano e Di Marco è stata riportata innanzi. Di questa colpiscono le parole "atteggiamento concitato e irriverente". Per lo stato di notevole e intensa agitazione, che gli inquirenti ad ogni costo vogliono trovare nel Mirabile, sarebbe stato più logico accusarmi di omissione di atti d'ufficio per non avere ricoverato, con TSO, il dr. Virginio Sozzi. L'aggetttivo irriverente esprime, bontà loro, la mancanza di rispetto nei confronti di chi è ritenuto superiore o sacro. Ma gli inquirenti, il Direttore Sanitario e il manager, evidentemente, non conosono la lingua italiana.

Il dr. Giuseppe Rao scrive: "Vista la decisione del dr. Glielmi, il dr. Sozzi contestava vivacemente e con animosità la determinazione del dr. Glielmi". In una conversazione telefonica il dr. Giuseppe Rao dichiara che nella sua relazione "ha tenuto un profilo basso riguardo al comportamento del dr. Sozzi" confermando di aver sentito espressioni ingiuriose, aggressive e minacciose nei miei confronti.

Si rileva, poi, che non è a questo punto, dopo la firma di convalida del TSO, che il dr. Rao storce la bocca, altrimenti non sarebbe allibito. "Storcere la bocca" esprime disapprovazione; "restare allibiti" esprime stupore. E' difficile esprimere i due sentimenti nello stesso istante. Il dr. Giuseppe Rao ha storto la bocca durante la prima aggressione, prima della mia visita al Mirabile, manifestando disapprovazione; ed è rimasto allibito per la seconda aggressione, dopo la convalida del TSO.

Il fatto più grave è che il dr. Sozzi dichiara esplicitamente di identificarsi con il malato. Tale identificazione sta all'origine della sua incomprensibile e scomposta ribellione. Non è il paziente Mirabile ad essere esaminato, ma il dr. Virginio Sozzi che "alla presenza di un folto pubblico, è turbato da cotanto spiegamento di forze" perché, da me interrogato, non sa fornirmi una diagnosi e seppure avesse una qualche vaghezza diagnostica, non può esplicitarla perché non può dire davanti a quattro suoi colleghi che "in separata sede aveva riprescritto la terapia al paziente". Con la richiesta di fornirmi la sua diagnosi sul caso, è stato colto in flagranza. Sarebbe stato condannato per la sua condotta predatrice in danno di un altro collega. Non può che "sentirsi umiliato e sentire sulla propria carne" l'offesa da me arrecatagli di avergli chiesto "pubblicamente" di formulare una diagnosi: non può che sentire sulla propria carne la colpa di un comportamento medico indegno.

Ed infine il malato "esce sotto scorta": altra frase della Polizia Giudiziaria, anzi di quella carceraria.
INT.: "Intanto il Mirabile faceva conoscenza, fra lo stupore dei medici del pronto soccorso e del reparto di psichiatria del "Margherita", con l'S.P.D.C. Lascio immaginare alle S.S.L.L. con quale stato d'animo ansioso; ed è stata questa la diagnosi di dimissione formulata dai colleghi stamane, allorché il Mirabile ha lasciato il reparto (e il T.S.O. fatto da Glielmi e Mondì?).

CS.: Purissimo veleno e personalissimi contenuti emozionali del denunciante. Egli sbatte i mostri in prima pagina, anzi tra parentesi. Per il dr. Sozzi, sembra che le parentesi abbiano una particolare importanza. Sarebbe utile uno studio sulle persone che, nei loro scritti, usano tanto ossessivamente le parentesi. Chissà, a quali tristi tragedie fanno riferimento e intendono nascondere! E' necessario porsi le seguenti domande: 1) Come fa il dr. Sozzi a conoscere "lo stupore dei medici del pronto soccorso e del reparto di psichiatria"?; 2) Il dr. Sozzi si è recato personalmente al Pronto Soccorso Generale per vedere con i suoi occhi lo stupore dei medici?; 3) Si è mantenuto in continuo contatto telefonico con i medici del Pronto Soccorso e con la dr.ssa Della Villa, minacciandoli di coinvolgerli tutti nel reato di sequestro di persona?; 4) Perché conosce di prima mattina la diagnosi formulata dalla dr.ssa Della Villa, quando questa non aveva ancora scritto la cartella clinica?; 5) Come fa ad essere informato che il malato é stato dimesso, mentre il primario del Servizio è tenuto all'oscuro?; 6) Ha contattato anche l'agente di Polizia al Posto Fisso dell'ospedale "R. Margherita", comunicandogli che era in corso il crimine di sequestro di persona?; 7) L'agente del Posto Fisso, a sua volta, ha minacciato la dr.ssa Della Villa invitandola a dimettere subito l'ammalato se voleva evitare guai giudiziari?; 8) Come mai costui chiede alla dr.ssa Della Villa copia della cartella clinica, documento che può essere rilasciato solo dal primario?; 9) E per ordine di chi?; 10) Per suggerimento del dr. Sozzi, se non per ordine del Giudice tutelate che poteva richiederla solo al primario?

Queste domande logiche rimangono senza risposta e l'agente del Posto Fisso, che per dichiarazione telefonica della dr.ssa della Villa "stava dietro la porta sollecitando la consegna della cartella clinica", eventualmente interrogato sull'argomento, negherebbe il suo pervicace interessamento.

INT.: Il dr. Sozzi scrive: "Sembra che la cosa stia avendo un seguito (si potrebbe configurare il reato di sequestro di persona)."

CS.: Altra parentesi. Aveva avuto tutte le possibilità, a norma della vigente legge 180, di opporsi al ricovero con T.S.O. Non lo ha fatto. L'espressione messa in parentesi indica un confidenziale e timido giudizio medico legale che proprio per questo acquista maggiore forza e lascia esterrefatto il lettore, il quale per l'emozione suscitata dalle parole "sequestro di persona", prescinde dai fatti reali e dalla loro veridicità, in tempi di crimini che suscitano paura nella popolazione tutta. Il reato ipotizzato dal dr. Sozzi è la minaccia profferita pubblicamente nel Centro di Salute Mentale. E' stata la minaccia fatta ai medici psichiatri e a quelli del Pronto Soccorso Generale dell'ospedale "R. Margherita". E' il reato ascrittomi dal PM, dr. Crascì, insieme al dr. Mondì e per il quale siamo stati rinviati a giudizio dal GUP, dr.ssa Orlando.

INT.: "Ma anche se il mite Mirabile non facesse nulla per far valere i suoi diritti violati, quale ricordo conserverà delle Istituzioni psichiatriche ? Certamente non si sentirà particolarmente onorato di essere stato inopinatamente ricoverato dal Capo Settore della salute mentale in persona"

CS.: Il linguaggio è demagogico, da capopopolo. Si fa sempre ricorso alla "Patria", quando si vuole suscitare sentimenti d'odio verso gli altri, fatto salvo l'amore di patria, che è tutt'altra cosa.
Gli avverbi colpiscono la psiche del lettore, ma essi sono anche le chiavi d'accesso alla psiche di chi scrive. Il dr. Virginio Sozzi ne usa tre in una breve frase: certamente, particolarmente, inopinatamente. Deve trattarsi di un problema inconscio che spinge con molta forza. Questa, però, è soltanto l'opinione di uno psichiatra che potrebbe non essere condivisa. Andiamo con ordine, dunque, e secondo l'analisi grammaticale. L'avverbio è la parte invariabile del discorso che si giustappone ai verbi o agli aggettivi per determinare l'azione nello spazio, nel tempo e nelle modalità. Ora, se noi eliminiamo gli avverbi scritti nella frase, leggeremo così: "Non si sentirà onorato di essere stato ricoverato dal Capo Settore della salute mentale in persona". Questa frase è completa ed è una descrizione oggettiva di una supposta situazione emozionale del malato, che per essere supposta è già un'osservazione personale e non oggettiva. Gli avverbi non modificano il significato della frase, ma rivelano che la descrizione è soggettiva e non oggettiva. Svelano l'esistenza di una situazione personale di chi scrive. Gli avverbi usati coscientemente, e lo sono tutti, diventano lo strumento più efficace della diffamazione, della calunnia e della menzogna, a prescindere dalle ragioni consce o inconsce del delatore. Dagli avverbi trasuda odio che condisce dichiarazioni false, erronee e soggettive.

INT.: "Stamane intanto il dr. Glielmi mi rendeva ragione confermandomi che la storia dei sette milioni era vera".

CS.: Comunicare di avere appreso che era vera la storia dei sette milioni, è indice di un comportamento corretto e leale verso i miei collaboratori. Il fatto che era vera la storia dei sette milioni, non escludeva che l'ammalato presentasse idee persecutorie. A fatti reali possono intrecciarsi fatti irreali, illusori, fantastici e deliranti, anzi dai fatti reali, come abbiamo visto, può nascere il delirio persecutorio. La frase scagiona dall'accusa di sequestro di persona, perché "mi rendeva ragione confermandomi che la storia dei sette milioni era vera" significa che il capo settore, in tutta coscienza e scienza, al momento della visita avesse potuto commettere l'errore di inquadrare "la storia" nel delirio persecutorio presentato dal malato. Gli inquirenti non hanno rilevato neppure questa rilevante dichiarazione.

INT.: "Verso le ore 12,30 intanto alla presenza mia e del dr. Valenti, il dr. Glielmi dal suo Ufficio di Capo Settore telefonava alla dr.ssa Della Villa del S.P.D.C. del "Margherita" che si era occupata del Mirabile e, saputo dalla stessa che correva aria di denunce, chiedeva copia della cartella di ricovero del paziente rammentando alla collega chi aveva convalidato il T.S.O. (cioè lui) affinché non vi fossero (questo era il significato occulto del discorso) diagnosi troppo discordanti (ma la diagnosi era già stata formulata ed il paziente dimesso)".

CS.: Sembrerebbe una normale conversazione tra un primario ed il suo assistente, se non fosse condita di veleno con tre espressioni racchiuse in parentesi che costituiscono materia di calunnia e di diffamazione. Si può dare credito ad una persona che scrive " significato occulto del discorso"? Questa sarebbe una prova? Non mi sembra neppure un indizio a meno che non si ritorni indietro nel tempo, quando una persona veniva condannata per il semplice fatto di essere stata sospettata e denunciata da un delatore con scopi non sempre tanto occulti. A meno che non si voglia fare un processo alle intenzioni, da Santa Inquisizione, andando dietro alle farneticazioni di un delatore improvvisamente impazzito. Quella del dr. Sozzi è una pura interpretazione delirante e calunniosa, assolutamente indimostrabile. I dottori Mondì e Valenti, presenti alla conversazione telefonica, non ne hanno compreso il "contenuto occulto" e possono testimoniare soltanto sulle espressioni da me usate che finiranno per essere confermate dallo stesso dr. Sozzi quando sarà interrogato in Direzione Sanitaria. Quale arte divinatoria possiede il dr. Sozzi per sapere che la dr.ssa Della Villa mi riferisce telefonicamente che "corre aria di denunce, che la diagnosi era già stata formulata ed il paziente era stato dimesso?". Egli ha sentito alla distanza di due, tre metri le parole che la dr.ssa Della Villa mi diceva in un telefono privo di vivavoce? Questa è solo una prova che il dr. Sozzi si è mantenuto in continuo contatto con la dr.ssa Della Villa e non per scopi clinici e terapeutici nell'interesse del malato, ma per minacciare la stessa di coinvolgerla nella sua fantasiosa denuncia di sequestro di persona perché "corre aria di denunce". La dr.ssa Della Villa nell'unica conversazione tenuta con me, era a tal punto terrorizzata che ho dovuto tranquillizzarla suggerendole di scrivere la sua cartella clinica "secondo scienza e coscienza, perché ciò facendo non le sarebbe capitato alcun male". (dalla mia relazione al direttore sanitario e dalla testimonianza del dr. Valenti all'Ispettore di Polizia).

INT.: "A questo punto il dr. Glielmi chiamava il dr. Mondì e quindi l'assistente sociale Favano affinché scrivesse (a posteriori) la relazione sul caso sulla striminzita cartella compilata da Mondì".

CS.: Altra parentesi. Assolutamente tutto normale, regolare e legittimo. La cartella clinica, infatti, non essendo un documento necessario ed indispensabile per la proposta di un T.S.O., può essere compilata anche successivamente alla proposta di T.S.O. Bisognerebbe chiedere all'assistente sociale perché non ha allegato in cartella clinica la sua relazione dopo l'indagine telefonica da lui svolta. Risponderebbe che non ne ha avuto il tempo. Colpisce quindi quel "a posteriori", naturalmente in parentesi, così come l'aggettivo "striminzita" riferito alla cartella compilata dal dr. Mondì: altro veleno puro! Lui che in cartella clinica non ha scritto nulla e soprattutto non ha trascritto la terapia prescritta al malato: fatto che non avrebbe richiesto più di 20 secondi.

INT.: "Lo scrivente allora (io), subodorando che si volesse alterare la cartella clinica, non si muoveva dalla stanza"

CS.: Persiste nella tematica delirante per "io" tra parentesi e per il gerundio "subodorando". Andranno tutti dietro al "subodore" del dr. Sozzi che sembra particolarmente fragrante. L'alterazione della cartella clinica l'ha compiuta il dr. Sozzi perché un documento, come la cartella clinica, se non riporta le notizie dovute è alterata, perché non corrispondente alla realtà clinica. La paura del dr. Sozzi è una semplice proiezione che nasce dalla sua colpa di non avere assolto ad un suo preciso dovere.

INT.: "E a questo punto il dr. Glielmi chiamava la signora Marisa Mangano, dirigente amministrativa, affinché telefonasse ai Carabinieri, cosa che la signora subito faceva."

CS.: Nessun commento.

INT.: "Per di più, il dr. Glielmi, fuori di sé, urlando e bestemmiando giungeva al punto di mettermi le mani addosso per buttarmi fuori dalla stanza, ma per fortuna veniva fermato dai suoi collaboratori"

CS.: Il dr. Sozzi oramai è dall'altra parte della barricata. Chiama i compagni di lavoro "collaboratori" del primario, ed egli si autoesclude. Con quest'espressione rivela o che egli risponde a un piano studiato a tavolino in cui si pone dall'altra parte, o che, in pieno delirio, vive tutti, tranne la signora Mangano, nel suo inconscio la madre, come suoi nemici. Mentre, invece, Valenti, Mondì, Catinello, Castriciano lo esortavano con molta pazienza, affabilità e spirito di corpo ad uscire dalla stanza per il suo bene. INT.: Lei ha messo le mani addosso al dr. Sozzi?

CS.: Se mettere le mani addosso significa prendere una persona per un braccio per accompagnarlo verso la porta, sì! Nel senso che lascia intendere il dr. Sozzi, no! Ha avuto la balordaggine di non farsi scrivere da un medico compiacente un certificato con la diagnosi di distorsione del polso. "Per fortuna veniva fermato dai suoi collaboratori", rivela desiderio masochistico di essere picchiato. Forse non avrebbe scritto questa lettera indecente se lo avessi picchiato, ma non fa parte della mia natura.

INT.: Lei era fuori di sé?

CS.: Molto irritato ma non fuori di me.

INT.: E' vero che Lei bestemmiava?

CS.: Si, è vero. Non ho alcun motivo di negare la bestemmia, o ingiuria, o sarcasmo, o preghiera che fosse. Questo dipende dalle circostanze e dalle orecchie dell'ascoltatore e dalla sua intelligenza. Nessuno mi ha sentito bestemmiare durante tutta la mia attività professionale per il semplice fatto che ho un modo particolare di bestemmiare.

INT.: Perché lei in che modo bestemmia?

CS.: Pateterco! matrosca! Senza neppure premettere la parola "mannaggia" per non sprecare fiato. Può sembrare una preghiera, o un banale intercalare per approvare o disapprovare il comportamento altrui, ma non lo è, perché è una bestemmia bella e buona. Può darsi che quel giorno abbia bestemmiato anche qualche madonna. Non ne sono sicuro, non me lo ricordo. Solo il dr. Sozzi lo dichiara. Neppure la signora Mangano scrive d'eventuali mie bestemmie. Questo lo dichiarerà tre mesi dopo all'Ispettore di Polizia quando sarà venuta a conoscenza della denuncia scritta dal dr. Sozzi, inviata al Sindacato SNAOS di cui la signora Mangano era ed è parte dirigente. Questa è un'evidentissima prova che il dr. Sozzi ha inviato la lettera al suo sindacato.

INT.: Pongo l'ipotesi che Lei veramente avesse bestemmiato e che le persone presenti da Mondì, a Valenti, a Favano, alla Mangano, a Catinello, non abbiano fatto riferimento alle sue bestemmie per una questione di decenza, di pudore, se vuole, di morale pubblica, perché era a loro chiaro che la situazione scatenata e mantenuta dal dr. Sozzi era di tale drammaticità che la bestemmia stessa appariva come un fatto comprensibilmente normale.

CS.: Lei parla di decenza, di pudore, di moralità pubblica e di drammaticità. Quale, dunque, l'intenzione del dr. Sozzi nel riportare tale particolare, se fosse vero, se non quella di nuocermi? Non è diffamazione questa, anche se il particolare fosse vero? Gli inquirenti non avrebbero dovuto mettersi in allarme per una denuncia da Santa Inquisizione! Se io affermassi che ho bestemmiato? E' un reato? No! Rimane la diffamazione del dr. Sozzi che manifesta chiaramente l'intenzione di nuocermi.

INT.: "Successivamente, con un colpo di mano, il dr. Glielmi, il dr. Valenti e l'assistente sociale Favano, afferravano la cartella clinica e si spostavano nella stanza adiacente a quella del Capo Settore."

CS.: Qui il linguaggio diventa militaresco, anzi brigantesco. Il furore persistente durante la stesura della denuncia gli ha chiuso completamente gli occhi. Nessun colpo di mano, e tanto meno quel "afferravano la cartella clinica ecc. ecc.". Data la contestazione del dr. Sozzi, la cartella clinica è stata sequestrata e messa subito sotto chiave nel cassetto della mia scrivania. In qualità di primario ho ritenuto opportuno fare ciò che avrebbe fatto qualsiasi Primario: mettere sotto chiave un documento che poteva essere alterato proprio da chi aveva partorito quest'idea. Le espressioni "con un colpo di mano" e "afferravano", avrebbero dovuto svelare agli inquirenti la natura e le motivazioni del documento e metterli sull'avviso che andare dietro alle farneticazioni del dr. Sozzi avrebbe finito col metterli nelle condizioni di fare essi stessi una figura di gaglioffi. L'Ispettore di Polizia formulerà in proposito un vero e proprio quesito per alcuni testimoni. Si dirà: "Precisione, correttezza obiettiva ed imparziale, dovere di accertare l'ipotesi di un reato, esigenza di appurare la verità", ma dopo quest'ennesimo riscontro negativo, non si troverà altro che un pugno di mosche tra le mani e, tuttavia, non modificherà il suo accanimento investigativo. Modificherà, invece, la deposizione della teste Marisa Mangano, ignorando anche le parole che stiamo esaminando il cui significato indubbio è che per "afferrare la cartella clinica", essa non poteva trovarsi nelle mani del Capo Settore, ma in archivio o in segreteria per la registrazione statistica, come testimoniato dal dr. Mondì. L'Ispettore di Polizia Giudiziaria dice bugie, sapendo di mentire, come un bimbo che ruba la marmellata. Egli, infatti, manipolando le dichiarazioni della Mangano tenterà di costruire un falso finalizzato a spiegare la sparizione della figlia della ricetta medica rilasciata al malato dal dr. Sozzi, anziché chiedere a lui dove l'avesse gettata. Ammesso e non concesso che "con un colpo di mano" avessi messo sotto chiave la cartella clinica, ciò costituisce un reato? Chi è il primario? Chi ha la facoltà di mettere sottochiave un documento? Cialtroni! Per le loro cialtronerie la gente innocente si trova in carcere.

INT.: il dr. Sozzi scrive: "Il dr. Glielmi mi sbatteva violentemente la porta in faccia (senza recarmi danno);"

CS.: E' vero, anche se c'è un avverbio di troppo e la solita parentesi confidenziale, dettata questa volta da un chiaro senso di colpa.

INT.: "Più tardi ne usciva e il Valenti si chiudeva a chiave col Favano dentro la stanza per poter scrivere indisturbato la relazione mancante."

CS.: Data la violenza e l'aggressività del dr. Sozzi manifestata anche verso il dr. Valenti e l'assistente sociale, mi pare del tutto ovvio che i due si chiudessero dentro una stanza per scrivere per l'appunto "indisturbato" la sua relazione dovuta, perché da me richiesta, appunto perché mancante. Che fosse mancante era non solo risaputo ma anche abbastanza normale per i tempi e per i modi con i quali era stata trattata proprio dal Sozzi una normalissima procedura di ricovero con T.S.O.

INT.: "Spero che il signor Favano abbia coscienziosamente scritto la sua relazione anche se tutta l'atmosfera e le circostanze lasciano pensare più ad un atto di malafede che di buona fede. Fatto sta che da allora non ho più potuto vedere la cartella clinica. Finita la relazione, il dr. Glielmi, il dr. Valenti, il dr. Mondì si sono chiusi nella stanza del Capo Settore ed io non vi sono più potuto entrare…."

CS.: L'assistente sociale Favano non ha potuto scrivere alcuna relazione perché impedito dal Sozzi che minacciava lui e il dr. Valenti, scrollando la porta a più riprese, nel tentativo di sfondarla e di entrare nella stanza ove si erano appartati. Il signor Favano, per dichiarazione del dr. Valenti, era confuso e tremava con le mani per il terrore.
"Spero che il signor Favano abbia coscienziosamente scritto" è un'esplicita minaccia per il signor Favano che farà la sua relazione "clinico-psichiatrica" in tempi successivi, dopo tre giorni, minimizzando la sintomatologia, tacendo sulle allucinazioni uditive riferite in sua presenza dal malato, Tacendo sull'aggressività del dr. Sozzi di cui è stato egli stesso oggetto, confondendo e mentendo. In base a quale logica si muove il tanto travolgente dr. Sozzi, che minaccia tutti e tutto, senza alcun ritegno, senza alcun rispetto per se stesso?

INT.: "All'arrivo dei C.C., ho accompagnato dal dr. Glielmi il maresciallo Sammarone della stazione Arcivescovado. Il maresciallo ha parlato a porte chiuse con i sopracitati Glielmi, Mondì, Valenti e Favano, dato che a me il dr. Glielmi ha proibito di entrare per far valere le mie ragioni. Più tardi il maresciallo è uscito senza aver redatto alcun verbale, dato che non era presente la controparte (io) e mi metteva al corrente dei miei diritti di legge.Questi i fatti"

CS.: Nessun commento.

INT.: Vogliano le S. S .L .L. disporre un'inchiesta su quanto è accaduto prima che le prove vengano inquinate o manipolate per distorcere o falsare la verità.

CS.: Questa cos'è? Non è calunnia e diffamazione?

INT.: Quanto a me, sono a completa disposizione delle S. S. L. L. Mi riservo ogni ulteriore iniziativa sul piano personale a tutela della mia dignità morale e professionale nei confronti di chiunque abbia leso la dignità di un pubblico ufficiale con la speranza che le S. S .L .L. per le rispettive competenze intervengano con i provvedimenti che la fattispecie richiede. Dr. Virginio Sozzi Aiuto Psichiatra C.S.M. Messina nord.

CS.: Ci vuole una bella faccia tosta a parlare di dignità morale e professionale a chiusura di questa lettera infame. Egli che non ha avuto alcun rispetto di se stesso e del ruolo ricoperto! Il dr. Sozzi ha usato a iosa parole improprie, al di fuori del linguaggio medico, creando una diabolica rappresentazione, cui hanno aderito altri appestati, per un regolare ricovero ospedaliero. Il dr.Virginio Sozzi si è sentito colto con le mani nel sacco quando il primario gli ha chiesto di formulare una diagnosi: avrebbe dovuto svelare che aveva sottratto il malato al dr. Pietro Mondì. Il dr. Sozzi si è ribellato al primario e si è rifiutato di uscire dal suo ufficio ed ora osa parlare di lesione della sua dignità morale e professionale. Questa è faccia di bronzo!

Il dr. Virginio Sozzi, il giorno 11 luglio 1997, scrive una seconda lettera al Direttore Sanitario e al Direttore Generale avente per oggetto "il caso Mirabile - Precisazioni".

Questo è il testo: "In relazione a quanto da me scritto alle S.S.L.L. sul caso in oggetto, tengo a precisare che non ho inviato alcuna copia della lettera del 27/6/1997 all'Organizzazione sindacale SNAOS né ad alcun altro sindacato o associazione, preferendo non dare ulteriore pubblicità ad un tale increscioso episodio.

Va da sé che, come le S. S. L. L. hanno avuto modo di constatare dal senso e dal tono della relazione stessa, il mio comportamento è stato dettato dall'esigenza morale, umana, deontologica ed obbiettivamente clinica di tutelare il paziente.

A mio modesto parere, dal punto di vista legale, vi è una violazione dell'art. 2 della legge 13 maggio 1978 N° 180 la quale testualmente recita: "le cure vengono prestate in condizioni di degenza ospedaliera solo se esistono alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengono accettati dall'infermo, e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra ospedaliere".

A mio avviso, non vi era nella fattispecie alcuna di queste condizioni che giustificassero il ricorso ad un Trattamento sanitario obbligatorio."

Le precisazioni sono state inviate dopo 14 giorni dalla lettera diffamatoria, il giorno dopo la denuncia calunniosa della dr.ssa Della Villa; lo stesso giorno dei loro interrogatori presso gli uffici della Direzione Generale.

Perché il dr. Sozzi fa le sue "precisazioni" dopo 14 giorni?

Quale personaggio della Direzione Generale ha invitato il dr. Sozzi a fare "le precisazioni" dal momento che nella intestazione della denuncia risultava di averla inviata al sindacato SNAOS?

Gli inquirenti indagano con perspicacia su un delitto inesistente per "scienza e coscienza" di due medici, per mancanza d'interesse dei due medici incriminati, per l'impossibilità di realizzare il crimine a causa della dinamica applicativa della stessa legge 180. Volgono, invece, lo sguardo altrove e guardano in cielo, come l'arbitro Moreno, davanti ad un'evidente condotta delittuosa del denunciante.

La legge 180 ha inteso, innanzitutto, prevenire il crimine di sequestro di persona con una lunga serie di controlli e per la brevità del ricovero di 7 giorni prorogabili a 15: prima visita con proposta di ricovero, seconda visita con convalida o meno della proposta di ricovero, ordinanza del sindaco, terza visita al Pronto Soccorso Ospedaliero che può interrompere l'ordinanza di ricovero, quarta visita del SPDC che può chiedere o meno il trattenimento del malato, decreto del giudice tutelare che può non approvare la richiesta di trattenere il malato per 7 giorni.

Oltretutto nessuno pensa di corrompere un medico perché il proprio familiare sia trattenuto per 7 giorni al SPDC. Negli attuali SPDC, così come sono stati concepiti e come funzionano, viene a mancare l'interesse privato.

Sarà possibile realizzare il sequestro di persona soltanto se si modificherà la legge 180 e si affideranno i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura ai privati, che avranno un interesse economico a trattenere gli ammalati nei Servizi, o a smistarli in strutture private collegate.

Ci si augura che il Ministro della Sanità, prof. Girolamo Sirchia, non modifichi la legge 180, che rappresenta un punto di liberazione per gli ammalati e di prestigio per la psichiatria italiana.

 


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