
societa' italiana di Psicoterapia reichiana
IL CASO CLINICO GIUDIZIARIO DI GIUSEPPE MIRABILE - CAP 8
Il tribunale di Messina vede due medici imputati di "sequestro di persona e abuso d'ufficio" per avere ricoverato il signor Mirabile Giuseppe con TSO al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, essendo affetto da "psicosi a margine", perché viveva da solo, e perché rifiutava la terapia farmacologica. Il Presidente Mario Samperi del Tribunale di Messina il 6 marzo 2002 assolve il dr. Pietro Mondì con la formula "Perché il fatto non sussiste". Il 26 aprile 2002 il Presidente Luigi Faranda del Tribunale di Messina assolve il dr. Nicola Glielmi con la formula "Perché il fatto non sussiste". Pubblichiamo una serie di articoli a firma del Prof. Glielmi inerenti l'accaduto.
CARATTERO ANALISI DELLA MENZOGNA
I padri della Chiesa esclusero a ragione, a mio giudizio, dalla lista dei sette vizi capitali, la menzogna perché essendo molto più grave, era già compresa come delitto nell'ottavo comandamento della Legge di Mosè: "non dire falsa testimonianza". Nei tribunali della Repubblica Italiana si richiede al testimone di "giurare di dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità", perché la menzogna, per cultura e comprensione generale, è un'alterazione verbale della verità, perseguita con piena consapevolezza e determinazione. Pertanto la psicoanalisi si è occupata poco della menzogna e credo che bene abbia fatto, altrimenti si sarebbe invocato una pulsione inconscia per il reato di falsa testimonianza, per diminuirne la responsabilità.
Tuttavia ritengo sia necessario distinguere la menzogna caratteriale dovuta a radici inconsce, dalla menzogna cosciente e volontaria che nasce dalla vendetta, dal desidero di soccorrere un amico e un compagno di lavoro, dall'aspettativa di un premio o di una sua promessa, dalla mercificazione, dalla paura di una reale o supposta punizione, dalle minacce e dalla tortura.
Se immaginiamo la menzogna caratteriale come la pelle e la distribuiamo su tutto il corpo umano lungo i sette segmenti individuati da W. Reich, scopriremo da quale corazza muscolare principale essa prende forza ed energia e individueremo vari tipi di menzogna caratteriale, con la stessa precisione con la quale una persona sa indicare il punto della pelle ferito da un ago e portarvi il dito sopra se gli manca la conoscenza anatomica della parte ferita. Tutti i tipi menzogna caratteriale fanno da base alla menzogna volontaria e cosciente. Si compenetrano e si completano con essa a tal punto da essere da quella inscindibili. I vari tipi caratteriali danno colore, sapore e odore al corpo della menzogna volontaria e cosciente che rimane pertanto sempre condannabile dalla morale e punibile dalla legge.
Di un primo tipo di menzogna caratteriale abbiamo già parlato nel capitolo "La relazione dell'assistente sociale", a proposito della masturbazione con eiaculazione retrograda del seme in vescica. Essa prende origine dalle corazze del 7° segmento reichiano che comprende gli organi della pelvi e gli arti inferiori.
Altro tipo di menzogna caratteriale è quello connesso all'invidia che riguarda la funzione del vedere e del succhiare insieme. Si può correggere con l'acting del "cielo naso e bocca di pesce". Dalle relazioni fin qui esaminate sembra che le menzogne del dr. Virginio Sozzi appartengano a questo tipo per l'evidente invidia verso il dr. Pietro Mondì che ha animato la sua denuncia: invidia che il dr. Sozzi non ha potuto controllare perché l'ira che nasce dal torace gli ha accecato gli occhi.
Un terzo tipo di menzogna è quello ascrivibile a disarmonia e a disfunzione tra il primo e il secondo segmento reichiano: gli occhi e la bocca. Tale disarmonia è molto bene evidenziabile invitando il soggetto ad aprire e chiudere gli occhi contemporaneamente. Il soggetto non bugiardo eseguirà correttamente l'ordine dato. Se chiuderà gli occhi mentre apre la bocca e chiuderà questa mentre apre gli occhi, rivelerà una disposizione caratteriale alla menzogna. La funzione degli occhi e della bocca, secondo l'ordine impartito, è disarmonica: cioè gli occhi chiudendosi ignorano quello che sta facendo la bocca (mangiare o parlare) e la bocca a sua volta è sconnessa dalla la funzione degli occhi (esaminare e criticare), sicché il soggetto oltre ad essere bugiardo è anche credulone e ingordo: ingoia una notizia senza criticarla, come mangia senza assaporare il cibo. Egli rivela soprattutto che la menzogna è sottesa da confusione mentale e da scarsa lucidità mentale. Questa situazione è correggibile con l'acting del punto fisso e bocca aperta.
Un quarto tipo di menzogna caratteriale prende origine dalle corazze del collo che comprende i muscoli della nuca e della lingua. Questo tipo confina con la paranoia e nasce dalla paura di essere disprezzati, di essere rifiutati e dalla struggente brama di essere accettati perché quando si è disprezzati e rifiutati si sperimenta la sensazione di essere niente e di non esistere. La corazza muscolare consiste in una contrattura cronica dei muscoli del collo la cui funzione è per l'appunto quella di tenere il capo eretto perché non crolli, con la sensazione di esistere. Questo tipo di menzogna si può correggere sciogliendo le corazze del terzo segmento, manipolando i muscoli del collo (consiglierei manipolazioni lievi secondo il metodo Feldenkrais affinché i muscoli apprendano l'esperienza della carezza contro i ceffoni ricevuti sul collo) e soprattutto sciogliendoli con i movimenti attivi, invitando il soggetto coricato sul lettino terapeutico a girare il capo a destra e a sinistra per guardare alternativamente due punti posti ai suoi due lati. L'acting del "No" è strettamente collegato al movimento del capo per ottenere la decontrattura dei muscoli del collo. Si invita il soggetto a dire e/o urlare "No" nel mentre che guarda il punto situato alla sua destra e a quello di sinistra. Alcuni soggetti non riescono a dire "No" neppure con voce fievole. Con l'acting del "no" il soggetto rivive tutte le situazioni dolorose di un sistema educativo brutale, sprezzante, autoritario, o gentile e persuasivo ma ricattatorio, che lo obbligava a dire sempre "Si", donde la necessità della menzogna per sopravvivere e per non essere schiacciati. L'acting del "No", oltre a sciogliere le contratture del collo, insegna a vincere la paura di dire "no", a distinguere il "si" dal "no" e a dirlo quando è necessario. Il tipo di menzogna caratteriale legato a questa situazione interessa le persone nei fatti più innocenti o più gravi della vita quotidiana. Così per esempio una donna può dire al suo compagno di aver comperato un paio di calzoni al mercatino e non in un negozio per paura di essere rimproverata per avere speso cento euro, anche se il compagno fosse felice della sua compera.
Altri tipi di menzogna caratteriale sono legate alle corazze muscolari del quarto segmento che comprende torace ed arti superiori, per esempio menzogne per questioni di cuore e per punizioni corporali, d'un tempo, sulle palme delle mani.
Altre menzogne per episodi molto gravi sono legate alle corazze del sesto segmento. Si rimanda al lavoro Cirdea
La relazione e le dichiarazioni testimoniali dell'assistente sociale signor Vincenzo Favano offrono un esempio clinico della commistione del terzo e del quarto tipo di menzogna (apertura e chiusura degli occhi e collo rigido), per la confusione e le contraddizioni in cui cade mentendo a se stesso perché gli occhi ignorano quello che dice la lingua; e per la vanagloria vicina alla paranoia che sottende le menzogne per la paura di essere nessuno e di non esistere. Nulla si può dire di un'eventuale compartecipazione del settimo livello alla formazione delle sue menzogne perché consigliare con saccenteria di "affidare per un paio di ore il signor Mirabile ad un operatore di sesso femminile", appare un indizio proiettivo troppo debole per esaminare la funzione della sua sessualità, sicché per il consiglio dato appare, appunto, come una persona che non sa quello che dice. Tuttavia la menzogna caratteriale si mescola con la menzogna volontaria e cosciente. Le menzogne della dr.ssa della Villa, pur cadendo in grossolane contraddizioni, sono inquadrabili tra le menzogne volontarie e coscienti in conseguenza di timori, minacce e ricatti, come abbiamo visto nel capitolo precedente. Mentre le menzogne della dr.ssa Rosita Gangemi sono perseguite con piena consapevolezza accortezza e lucidità, come vedremo nel presente capitolo.
Oltre al signor Vincenzo Favano e alla dr.ssa Lucia Della Villa, sono stati sentiti dalla Direzione Sanitaria l'infermiera Lembo Liboria, la dr.ssa Rosita Gangemi e il dr. Virginio Sozzi. La testimonianza di quest'ultimo rivelerà confusione confermando le precedenti menzogne sottese da confusione, e sarà esaminata in un capitolo a parte per avere dato luogo al procedimento penale del dr. Pietro Mondì contro il dr. Virginio Sozzi per il reato di diffamazione.
1) Verbale sulle dichiarazioni rese dalla signora Lembo Liboria infermiera professionale presso l'SPDC dell'Osp. R. Margherita ad L.C. della Direzione Generale
"Ero presente il 27.6.97 in reparto assieme all'inf. Italiano Maria, al dr. Chimenz. Al termine della telefonata intercorsa tra la dr.ssa Della Villa e il dr. Glielmi ho sentito che la dr.ssa si rivolgeva al dr. Chimenz "dicendo che non scriveva sulla cartella clinica del paziente Mirabile quello che desiderava si scrivesse il dr. N. Glielmi". Quindi i due si sono allontanati. Firmato L.C. e Lembo Liboria."
Interv.: osservazioni?
Capo settore: la signora Lembo fa mettere tra parentesi le parole della dr.ssa Della Villa dette al dr. Chimenz, non potendo testimoniare sul contenuto della conversazione telefonica. Ella quindi è testimone di una menzogna, essendo le dichiarazioni della dr.ssa Della Villa contraddette da Sozzi, Mondì e Valenti. La signora Lembo dichiara che erano presenti alla conversazione telefonica l'infermiera Italiano Maria ed il dr. Chimenz. La dr. Gangemi non è presente alla telefonata.
Interv.: perché non sono stati interrogati il dr. Chimenz e l'infermiera Maria Italiano?
Capo settore: forse non si sono dichiarati disponibili a sostenere le fantasticherie della dr.ssa Della Villa. I magistrati inquirenti, i P.M. dr. Niccolò Crascì e dr. Pietro Mondaini, avrebbero dovuto sentire questi due testimoni e soprattutto il dr. Chimenz, per fare luce, il P.M. dr. Crascì, sul reato di sequestro di persona, essendo il dr. Chimenz aiuto-medico del SPDC, ed il P.M. dr. Mondaini, sul reato di calunnia a carico della dr.ssa Della Villa. E' probabile, infatti, che il dr. Chimenz, presente nel SPDC, avesse visto in faccia il malato. Ma soprattutto perché egli dopo la mia telefonata si allontana con la dr.ssa Della Villa fuori dal reparto e qualche cosa certamente si saranno dovuto dire sul caso Mirabile. Forse il dr. Francesco Chimenz conosce meglio di chiunque altro quello che è successo alla dr.ssa Della Villa nei giorni 26 e 27 e successivi, per confidenze della stessa e che tali confidenze non potessero essere portate come testimonianze contro di me. La dr.ssa Della Villa in direzione Generale parla di persone che possono testimoniare e non fa i nomi dei testimoni, perché ancora non sa quali testimoni potrebbero avallare le sue dichiarazioni. All'ispettore di Polizia non fa il nome del dr. Chimenz presente alla telefonata come qui riferito dall'infermiera Lembo Liboria, perché, probabilmente, questi non è disponibile ad avallare le sue menzogne. Questo medico sarà trasferito, de illis temporibus, dalla AUSL 41 alla AUSL 42. Anche questo è un ottimo indizio per credere che il dr. Chimenz si fosse dichiarato indisponibile a rendere una falsa testimonianza, donde il mobbing. La testimonianza dell'infermiera Lembo Liboria è stata trasmessa dal Direttore Generale alla Procura della Repubblica sicché i magistrati inquirenti non possono dire: ignoravamo la dichiarazione di Lembo Liboria e non sapevamo nulla dell'esistenza del dr. Francesco Chimenz.
2) Verbale delle dichiarazioni rese a L.C.S. della Direzione Generale dalla dr.ssa Gangemi, psicologo presso l'SPDC del Margherita.
"Ero presente il 27.6.97 in reparto. Ho assistito alla telefonata della dr. Della Villa con il dr. Glielmi. Il paziente era stato dimesso. Da quello che ho inteso la dr.ssa "non poteva aggiungere una diagnosi di psicotico su un paziente dimesso". Invitavo la stessa a calmarsi considerato che appariva visibilmente in stato di concitazione. Mi pare di avere inteso che l'interlocutore era altrettanto contrariato." ADR – "Si sono verificati in passato episodi similari. Il dr. Glielmi mi chiese di sottoscrivere una relazione del dr. Valenti al fine di una convalida: Su tale richiesta ho opposto il mio fermo rifiuto perché non avevo contezza del caso clinico". Firmato Gangemi e L.C.S."
Interv.: osservazioni?
Capo settore: come fa a dire che "l'interlocutore era altrettanto contrariato"? E' una sua ipotesi, o è quanto riferito a lei dalla dr.ssa Della Villa? E' smentita dai dottori Valenti, Mondì e Sozzi: è la dimostrazione che la dr.ssa Della Villa le ha mentito. Lei che cosa ha capito da queste dichiarazioni?
Interv.: che la dr. Della Villa era in stato di concitazione, che la Gangemi ha racchiuso tra virgolette quanto le ha riferito la dr.ssa Della Villa e che lei stessa ha rifiutato, in precedenza, di sottoscrivere una relazione del dr. Valenti al fine di una convalida per un T.S.O.
Capo settore: infatti dice: "mi chiese di sottoscrivere una relazione al fine di una convalida". Stiamo con un microbisturi sezionando tutta la vicenda, analizzando tutti i passaggi e tuttavia lei ha compreso esattamente quello che La Gangemi, o l'interrogante L.C.S. della Direzione Generale, intendeva far credere con l'equivoca e incriminata parola "convalida". Io sono stato rinviato a giudizio per una convalida. Nessuna convalida per il semplice fatto che uno psicologo non può proporre un T.S.O., quindi nessuna relazione. Bell'equivoco di parole per una perfetta menzogna! La Gangemi mente. Andrebbe deferita all'Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana, in quanto la sua intenzione menzognera e diffamatoria è palese.
Interv.: di che si trattava, dunque?
Capo settore: non ricordo con precisione, ma poteva accadere, alla bisogna, che nella stessa mattinata di una visita, inviassi il malato alla dr.ssa Gangemi perché me lo testasse con il Rorschach. Non ho mai mandato indietro un ammalato e non ho mai avuto una lista di attesa. Mi sono prodigato a risolvere nell'immediatezza il problema che mi si prospettava. Quasi certamente le avrò detto per telefono che le avrei mandato, per un test di Rorschach, un malato che aveva tenuto già un colloquio con il dr. Valenti e lei, probabilmente, avrà dovuto rispondermi che non poteva soddisfare la mia richiesta.
Interv.: questo test non poteva farlo il dr. Valenti?
Capo settore: non disponeva del test di Rorschach o di altro materiale psicologico. Di solito gli altri psicologi del Centro di Salute Mentale erano tutti impegnati con una lunga lista di attesa, mentre la dr. Gangemi, spesso restava in ozio, proprio per la natura del Servizio Psichiatrico, che richiede immediate risposte di natura psichiatrica e farmacologica, lasciando poco spazio al lavoro dello psicologo: infatti, a riprova, il signor Mirabile non viene esaminato con un test psicologico, nonostante richiedesse una più accurata osservazione.
Interv.: è certo che lei ha non abbia chiesto alla dr.ssa Gangemi di fare un test di Rorschach senza vedere il malato?
Capo settore: impossibile! la dr.ssa Gangemi parla di "relazione" stilata dal dr. Valenti. Il test è tanto personale e speciale che si sconsiglia di ripeterlo per la seconda volta allo stesso soggetto. A costruirne uno falso si impegnerebbe un tempo tre volte maggiore e potrebbe costruirlo soltanto una persona espertissima che abbia dedicato tutti i suoi studi per l'applicazione del Rorschach, non la dr.ssa Gangemi che vi si stava esercitando. La dr.ssa Gangemi mente. Se non si fosse trattato del Rorschach, per quale motivo avrebbe dovuto "sottoscrivere una relazione del dr. Valenti al fine di una convalida"? Soprattutto se si considera che il dr. Aldo Valenti aveva una preparazione scientifica di molto superiore a quella della dr.ssa Rosita Gangemi per essersi sottoposto a training di psicoanalisi, che aveva una conoscenza completa della testologia psicologica, di informatica e delle leggi riguardanti il settore di salute mentale? Sembra illogico perché un inferiore non avalla mai una relazione di un superiore, semmai accade il contrario. Considerate, poi, le accuse del dr. Sozzi che scrive del dr. Valenti: "psicologo che coadiuva il dr. Glielmi nell'Ufficio di Capo Settore con mansioni prettamente amministrative", avrei dovuto pregare la dr.ssa Gangemi di fare qualche relazione e di farla firmare dal dr. Valenti, perché questo figurasse di lavorare anche come psicologo, e non il contrario, come dichiara la Gangemi. Anche da questo punto di vista, ipotizzando una mia condotta irregolare, risulta che la dr. Gangemi mente. Ella usa una mia regolare richiesta di testare un paziente già visto dal dr. Valenti e la distorce nella richiesta di "sottoscrivere una relazione del dr. Valenti al fine di una convalida". La dr.ssa Rosita Gangemi, alla fine, non parlerà all'ispettore di Polizia di questa menzogna. Va considerato che più le menzogne sono grottesche ed illogiche e più sembrano credibili. Ma ciò riguarda l'oralità generale della maggioranza delle persone.
GANGEMI ROSITA, psicologa SPDC, all'Ispettore di Polizia Salvatore Prestipino il 6/10/1997, ore 16,35-17,20.
"Domanda: Dottoressa lei dove lavora e che tipo di lavoro svolge?
Risposta: Lavoro presso il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura dell'Ospedale Margherita e sono Psicologa.
Domanda: Lei il giorno 27.06.1997 mentre la dr.ssa Della Villa comunicava al telefono con il Capo Settore dr. GLIELMI, era nella stanza, vuole riferire cosa è successo?
Risposta: Voglio precisare che la Dottoressa Della Villa non era nella stanza dei medici quando io ho sentito la telefonata, ma nel corridoio del reparto donne dove è ubicato un apparecchio telefonico e la porta era aperta. Ho sentito le parole della dr.ssa Della Villa che erano molto concitate perché era arrabbiata. La frase che ricordo ha pronunciato la dr.ssa Della Villa era questa: "come faccio a scrivere psicotico e poco dopo lo dimetto? " e la dottoressa continuava a dire "no dottore GLIELMI, non lo posso fare". –
Domanda: Quindi il dr. GLIELMI minacciava la dr.ssa Della Villa. affinché cambiasse la diagnosi stilata nei confronti dei signor MIRABILE?
Risposta: Le parole da me sentite facevano intuire questo e poi fu la stessa dottoressa che ci riferì che la richiesta era proprio questa.
Domanda: Che ora era quando la dottoressa comunicava al telefono col dr. GLIELMI?
Risposta: Erano le ore 13,30 circa.
Domanda: Risulta che il dr. GLIELMI anche in altre occasioni aveva minacciato il personale subalterno di trasferimento o altro se non eseguivano le sue pressanti direttive?
Risposta: Non ho fatti specifici cui fare riferimento ma posso dire che in linea generale il dr. GLIELMI alcune volte utilizzava la sua autorità in maniera impropria
Domanda: Cosa vuole intendere che il dottore GLIELMI voleva cambiare le diagnosi?
Risposta: Tranne che in questo episodio non mi risultano altri fatti del genere. Per improprio intendo che voleva convincerci delle sue teorie.
Domanda: Ha altro da aggiungere?
Risposta: Non ho altro da aggiungere."
Interv.: osservazioni?
Capo settore: la precisazione iniziale della dr.ssa Gangemi è nient'altro che una "excusatio non petita, accusatio manifesta". L'inquisitore Nicolas Eymerich di Valerio Evangelisti, davanti a tanta miseria umana e a un cumulo di menzogne costruito da soggetti bugiardi ed oligofrenici, che si contraddicono l'un l'altro e che non si accorgono delle falle nelle loro costruzioni menzognere, avrebbe decretato il rogo, per chi rendendo una testimonianza avesse fatto come premessa una Precisazione, giudicandola come grave forma di peccato morale e ideologico, tendente ad occultare una verità o una menzogna palese. Oltre alla Precisazione della dr.ssa Gangemi all'inizio delle sue dichiarazioni, troviamo quella della dr.ssa Della Villa. Mentre per la dr.ssa Gangemi la Precisazione precede come un'ancella la regina Menzogna, per la dr.ssa Della Villa la Precisazione segue come corteo alla Menzogna. Riascoltiamola nell'interrogatorio rilasciato all'ispettore di polizia:
"Domanda: Il poliziotto del Posto Fisso del Pronto Soccorso Generale cosa le ha detto in merito al paziente Mirabile e quando gliel' ha detto ?
Risposta:…Mentre effettuavo le visite nella stanza dei medici viene il poliziotto a chiedere se avevo riscontrato effettivamente alterazioni psichiche, nel paziente Mirabile, tali da richiedere il T.S.O. A tale proposito mi chiedeva e possiamo definirlo un colloquio assolutamente informale e amichevole di dimettere il paziente qualora non avessi riscontrato la necessità di trattenerlo…Voglio precisare che in nessun modo il colloquio con il poliziotto debba apparire come un tentativo di ingerenza o di forzatura da parte sua".
Ma non aveva dichiarato al direttore generale: "Successivamente il poliziotto in servizio presso il P.F. di Polizia mi rivolgeva espressa richiesta verbale di non procedere al ricovero coatto del paziente, diversamente si sarebbe visto costretto a notiziare l'autorità Giudiziaria dei contenuti di una segnalazione che gli sarebbe pervenuta"?
Questo è anche il senso della Precisazione della dr.ssa Rosita Gangemi: una dichiarazione falsa che nasconde una falsa testimonianza. Infatti l'infermiera Lembo Liboria dichiara: "Ero presente in reparto assieme all'inf. Italiano Maria, al dr. Chimenz". La dr.ssa Rosita Gangemi, dunque, non è presente alla conversazione telefonica e perciò mente nella sua Precisazione quando dice: "Voglio precisare che la Dottoressa Della Villa non era nella stanza dei medici quando io ho sentito la telefonata, ma nel corridoio del reparto donne dove è ubicato un apparecchio telefonico e la porta era aperta."
Davanti a questa dichiarazione, volendo escludere che la Lembo Liboria avesse inteso dire, come nel linguaggio corrente "ero in sevizio" dicendo "ero in reparto", e volendo ipotizzare che abbia dimenticato di fare il nome della dr.ssa Gangemi, circa la sua presenza alla conversazione telefonica, va posta questa domanda: come fanno cinque persone, Italiano, Lembo, Gangemi, Chimenz e Della Villa, a stare insieme in un corridoio di 80 centimetri di larghezza, soprattutto se si considera che il telefono del reparto femminile è collocato immediatamente dietro la porta d'ingresso, che quando è aperta (la Gangemi dichiara che era aperta) non permette la collocazione neppure di una persona di media corporatura perché lo spazio antistante il telefono è occupato dalla porta?
La dr.ssa Della Villa riceve la telefonata mentre sta compilando la cartella clinica, come ha dedotto il dr. Aldo Valenti dalle mie parole. La dr.ssa Della Villa nella conversazione telefonica, infatti, mi diceva che la stava scrivendo mentre il poliziotto del Posto Fisso stava dietro la porta in attesa che gli venisse consegnata. Come fa la dr.sa della Villa a scrivere la cartella clinica nel corridoio largo 80 centimetri del reparto donne ove è collocato il telefono di servizio? Se A è uguale a B e B è uguale a C, C è uguale a B. Questo è un ragionamento matematico.
Da queste due domande e relative risposte, Hercule Poirot di Agata Christie o Sherlock Holmes di Conan Doyle avrebbero dedotto che il delitto si è svolto altrove e che il corpo dell'assassinato sarebbe stato ivi trasportato in un secondo tempo: avrebbero, cioè, escluso che la telefonata sia giunta al telefono del reparto femminile. E ancora, per onore di logica, vanno poste queste altre domande. Quale primario dovendo parlare con un collaboratore medico, chiama al telefono dell'infermiere e non del medico? Soprattutto se deve chiedere od ordinare un illecito?
Soltanto se intende umiliarlo, lo chiama al telefono dell'infermiere o se intende precostituirsi una testimonianza, ma chiamerebbe al telefono del capo infermiere, collocato al primo piano al di fuori del reparto maschile e non al telefono di servizio del reparto femminile.
Inoltre, non sarebbe stato più logico telefonare al reparto maschile nel quale era stato ricoverato il Mirabile piuttosto che al reparto femminile? E ancora, quale primario dovendo parlare con un medico chiama al telefono della stanza dei medici, quando dispone di un telefono collocato nel proprio ufficio?
Il balbuziente che riceve una telefonata risponde senza tartagliare. Lo stesso balbuziente, se deve fare la telefonata, tartaglia. Questa osservazione porta alla conclusione che, se un primario per parlare telefonicamente con un suo collaboratore, dispone di due numeri telefonici, uno del suo ufficio e uno della stanza dei collaboratori, a parte i motivi di riservatezza perché nella stanza comune dei medici potrebbero esservi persone alle quali non si intende far conoscere la conversazione, il primario di norma telefona al numero del suo ufficio e non a quello della stanza dei medici perché il medico chiamato a rispondere a quel numero si trova in difficoltà, come il balbuziente che deve telefonare. Se il medico, di grado inferiore, risponde al telefono della sua stanza, invece, si trova nelle condizioni del balbuziente che risponde tranquillamente al telefono, perché si trova in casa sua. Per quale motivo il suddetto primario avrebbe dovuto rinunciare a un suo abituale modo di comportarsi rinunciando alla sua autorità, rappresentata dal telefono del suo ufficio e chiamare un medico subalterno nella sua stanza o addirittura in un corridoio di reparto?
L'inquisitore Nicolas Eymerich, che si intendeva dell'esercizio dell'autorità, avrebbe concluso che la telefonata, in partenza dal Centro di Salute Mentale, sia giunta al telefono della stanza del primario, perché da quell'apparecchio telefonico avrebbe esercitato in pieno le sue funzioni primariali. Qualsiasi medico chiamato al telefono della stanza del primario si sarebbe sentito in soggezione, come se il primario fosse presente nella stanza perché questo apparecchio telefonico, per il soggetto, rappresenta lo stesso primario.
Inter.: perché dice nel "mio ufficio medico", lei non era al Centro di Salute Mentale di via Capra?
Capo settore: avevo un ufficio medico al Centro di Salute Mentale di via Capra e quale primario del SPDC una stanza al "Margherita", che lasciavo aperta per uso degli aiuti medici. La dichiarazione di Lembo, anche per il fatto che testimonia la presenza del dr. Chimenz, indica senza dubbio che la telefonata è stata fatta al telefono della mia stanza. Da tali considerazioni se ne deduce che la graziosa, almeno nel nome, dr.ssa Rosita Gangemi è una bugiarda!
Interv.: perché la dr.ssa Gangemi mente? Perché "precisa" di aver sentito la dr.ssa Della Villa parlare con Lei al telefono del corridoio del reparto donne?
Capo sett.: la precisazione serve alla dr.ssa Gangemi per coprirsi dall'accusa di falsa testimonianza: se la telefonata fosse arrivata al telefono del reparto femminile come lei sostiene, né Chimenz, né Italiano, né Lembo avrebbero potuto smentire la sua dichiarazione di essere stata presente alla conversazione telefonica. E, infatti, l'infermiera Lembo Liboria non dichiara che la dr.sa Gangemi sia presente nella mia stanza, ma non può escludere che la dr.ssa Gangemi sia stata presente ad una telefonata giunta al telefono del reparto femminile. A questo punto l'ispettore di Polizia signor Salvatore Prestipino, non s'accorge di trovarsi davanti una bugiarda dalla faccia pulita e, credendo d'essere il commissario Montalbano di Andrea Camilleri, ha un' "alzata d'ingegno" e pensa che vi sia stata una seconda telefonata: la prima al telefono della mia stanza, la seconda al telefono del reparto donne. Egli chiederà, infatti, al dr. Valenti: " - Le risulta se il dr. Glielmi ha fatto altre telefonate alla dr.ssa Della Villa minacciandola di trasferimento e dicendole di modificare la cartella clinica del Mirabile ? --- Risposta: - Non posso né confermare né negare. Non sono al corrente di una telefonata di questo tenore anche perché avevo altri compiti da svolgere."
Questa dichiarazione dopo d'aver riferito dettagliatamente e con precisione il contenuto dell'unica conversazione telefonica intercorsa tra me e la dr.ssa Della Villa, rivela pienamente il carattere persecutorio dell'ispettore di polizia che non vede la verità che da ogni parte gli viene da tutti rappresentata. Va annotato che l'interrogatorio della dr.ssa Gangemi è avvenuto il 6/10/97 e quello del dr. Valenti dieci giorni dopo, il 16/10/97. Se l'ispettore di Polizia è indotto a pensare che vi sia stata una seconda telefonata, ciò dimostra che egli sappia dell'esistenza della telefonata avvenuta nell'ufficio del primario. E infatti la domanda rivolta alla dr.ssa Gangemi è formulata in questo modo: "Lei il giorno 27.06.1997 mentre la dr.ssa Della Villa comunicava al telefono con il Capo Settore dr. GLIELMI, era nella stanza, vuole riferire cosa è successo?". L'ispettore di Polizia parla di stanza e non di corridoio, né di reparto. L'ispettore di Polizia sa ciò che un qualsiasi gracile mentale avrebbe appreso dalle dichiarazioni della dr.ssa Della Villa e dalle dichiarazioni di Valenti, Mondì e Sozzi.
La dr.ssa Della Villa, nell'interrogatorio a lui reso dice: "Presenti alla conversazione telefonica vi erano la dottoressa Rosita Gangemi, che era entrata sentendomi urlare, e alcune infermiere tra le quali la signora Lembo Liboria, la signora Italiano e che la dottoressa Gangemi e la signora Lembo hanno già reso dichiarazione presso la Direzione Generale dell' A.S.L. 5 ( al Dr. Francesco POLI ), in merito a questa telefonata." Si entra in una stanza da un corridoio e si esce da una stanza in un corridoio: la dr.ssa Della Villa usa la parola entrare. Inoltre ella parla di "questa" telefonata che per essere tale è un'unica e non seconda, né terza, e conferma la dichiarazione fatta alla direzione generale: "Il Dr. Glielmi venuto a conoscenza del provvedimento di dimissioni, per via telefonica, richiedeva di cambiare la diagnosi che da me era stata formulata. Non ho altro da aggiungere tranne che agli episodi accaduti hanno assistito persone che possono testimoniare."
Dalla sua dichiarazione si può tranquillamente dedurre che se vi sono "persone che possono testimoniare perché hanno assistito agli episodi accaduti", la telefonata non può che essere stata unica e sola.
Interv.: "Domanda: Che ora era quando la dottoressa comunicava al telefono col dr. GLIELMI?
Risposta: Erano le ore 13,30 circa."
Capo sett.: la dr.ssa Rosita Gangemi con la sua bella faccia pulita, mente anche sull'orario della telefonata, per sostenere coerentemente la menzogna della telefonata giunta al telefono del reparto femminile. Da questa seconda menzogna si rivela che ella mente con piena consapevolezza e determinazione, diversamente dalle menzogne dell'assistente sociale, che invece si contraddice nelle sue dichiarazioni ed appare confuso. Ella mente perché la dr.ssa Lucia Della Villa dichiara all'ispettore di Polizia: "Nella tarda mattinata ( verso le 12.30-13.00 ) del 27 giugno 1997 il Dr. GLIELMI mi ha telefonato per conoscere la diagnosi di dimissione relativa al paziente Mirabile Giuseppe"
. Perché il dr. Virginio Sozzi nella sua denuncia scrive: "Verso le ore 12,30 intanto alla presenza mia e del dr. Valenti, il dr. Glielmi dal suo Ufficio di Capo Settore telefonava alla dr.ssa Della Villa del S.P.D.C. del Margherita." Perché il signor Francesco Catinello dell'ufficio di segreteria del capo settore scrive nella sua relazione: "In data 27/06/97 intorno alle ore 13.00 – 13.15, mentre svolgevo la mia opera presso l'ufficio del Centro di salute mentale, sentivo voci concitate e dai toni alti. Dopo qualche attimo vedevo il Dr. Glielmi Nicola uscire dalla propria stanza portandosi verso il corridoio, invitandomi ad intervenire per allontanare il Dr. Sozzi Virginio dal suo ufficio".
Secondo la dichiarazione del signor Catinello, non ascoltato dai magistrati inquirenti, non avrei avuto né il tempo, né l'occasione di fare una seconda telefonata al SPDC, affaccendato, come mi trovavo, a cacciare fuori da mio ufficio un villano e un pazzoide, sicché l'ipotesi, avanzata dall'ispettore di Polizia, di una seconda telefonata viene a cadere per la materiale impossibilità di praticarla.
Interv.: la dr.ssa Rosita Gangemi alla fine chiarisce, facendo la figura della stolta, quelle dichiarazioni equivoche rese a L.C.S. della direzione Generale, che fanno pensare ad una conduzione del servizio in maniera autoritaria, non trasparente e affaristica.
Capo sett.: le "pressanti direttive" (espressione imbeccata dell'ispettore di Polizia) per i magistrati inquirenti rimangono tali e quali, anche quando viene chiarita la natura "della mia autorità" esercitata "alcune volte in maniera impropria".
L'ispettore di Polizia, avvalendosi, invece, della sua autorità, pone domande con indicazione delle risposte, finalizzate non all'accertamento dei fatti, ma a confermare un suo pregiudizio e una personale "alzata d'ingegno".
L'ispettore di Polizia domanda: "Risulta che il dr. Glielmi anche in altre occasioni aveva minacciato il personale subalterno di trasferimento o altro se non eseguivano le sue pressanti direttive?"
La dr. Gangemi risponde: "Non ho fatti specifici cui fare riferimento ma posso dire che in linea generale il dr. Glielmi alcune volte utilizzava la sua autorità in maniera impropria".
L'ispettore chiede: "Cosa vuole intendere che il dottore Glielmi voleva cambiare le diagnosi?"
Risposta: "Tranne che in questo episodio non mi risultano altri fatti del genere. Per improprio intendo che voleva convincerci delle sue teorie".
La dr.ssa Gangemi mi rivolge la stessa accusa fatta a Socrate: quella di insegnare e di corrompere la gioventù. La psicologa dr.ssa Rosita Gangemi alla domanda "sbirresca" dell'ispettore di Polizia risponde in definitiva mentendo e gettando ombra sulla mia persona perché invitare un proprio collaboratore ad assistere ad una visita di un ammalato, spiegare come a precise caratteristiche somatiche corrispondono precise manifestazioni psicopatologiche; incitare un collaboratore a scrivere qualche lavoro scientifico ( Rosita Gangemi - Il rapporto tra pubblico e privato - in Psicopoli, pagg. 225-228, La Grafica Editoriale, 1995), per la dr.ssa Rosita Gangemi significa "voler convincerci delle sue teorie".
Un tempo, ma credo ancora oggi, invitare un proprio collaboratore a scrivere un lavoro scientifico era segno di stima e di considerazione se non di amicizia. "La maniera impropria" è il modo di condurre un servizio di psichiatria, possibilmente con le porte aperte, rispettare il malato e considerarlo come persona, a prescindere dalla sintomatologia presentata, curarlo anche con la psicoterapia oltre che con i farmaci: realizzare ciò che si predica in ogni congresso di psichiatria.
Inter.: il contrasto tra le due testimonianze della dr.ssa Gangemi, la prima alla Direzione sanitaria, la seconda all'ispettore di Polizia, deve trovare spiegazione.
Capo sett.: per questa modifica delle dichiarazioni della dr.ssa Gangemi, vi sono due possibilità. Primo, che la dr.ssa Gangemi si è resa conto, troppo tardi, delle fantasticherie della dr.ssa della Villa. Secondo, che nella dichiarazione resa alla Direzione Generale fosse stata ella stessa impaurita e minacciata e, pertanto, avesse acconsentito a fare una dichiarazione equivoca, come la dichiarazione del suo rifiuto di convalida a una certificazione del dr. Valenti, che non compare nell'interrogatorio dell'ispettore di Polizia. Sembra, pertanto, che la menzogna sia proferita per paura di una minaccia o per acquistare merito e benevolenza. I processi di santa Inquisizione e quelli staliniani sono pieni di menzogne estorte con le minacce e con le torture che hanno spinto non pochi soggetti alla menzogna e ad accusare se stessi di delitti mai pensati e mai commessi. Comunque la dr.ssa Gangemi, vuoi per solidarietà verso una compagna di lavoro, vuoi perché impaurita o minacciata, vuoi per acquistare benevolenza, rende una falsa testimonianza perché non è presente alla conversazione telefonica ed in tutta malafede colloca la telefonata alle ore 13,30: veramente le bugie hanno le gambe corte.
Interv.:"Le pressanti direttive"?
Capo sett.: non sono altro che il dovere-diritto di un primario di far conoscere ai suoi collaboratori le sue teorie e le sue esperienze. Soltanto in psichiatria per la pluralità delle teorie e delle discipline, tutte valide (più di tremila scuole o indirizzi terapeutici), un primario non può imporre il suo credo scientifico, o la sua "scienza", perché non può imporre a un medico che abbia fatto un training personale di psicoanalisi di S. Freud di passare a praticare l'analisi individuale di C. G. Jung, o la vegetoterapia carattero-analitica di W.Reich, per il cui apprendimento si richiedono ugualmente otto, dieci anni. Che mi intrattenessi a parlare della vegetoterapia o della psicoanalisi, così come mi trattenevo a parlare di teatro, di storia, o di letteratura è vero, ma non ho mai imposto ad alcuno di praticare una terapia che non poteva conoscere: sarebbe stato improponibile e contro ogni regola di scuola. La diversità di indirizzi è possibile soltanto in psichiatria. Un primario ginecologo che interviene su un fibroma uterino per via vaginale finisce con l'imporre la sua tecnica operatoria a tutti i medici che lavorano con lui: fa scuola. Guai se non fosse così. E' il caso del Prof. Calvanico (vaginalista) agli "Incurabili" di Napoli, o del Prof. Tesauro (addominalista), Direttore alla Ostetricia e Ginecologia dell'Università di Napoli. I medici che si trovano a lavorare con l'uno o con l'altro, finiscono con l'apprendere l'una o l'altra tecnica, anzi il giovane medico, oggi come ieri, sceglie di recarsi in Francia, in Spagna, in Germania, o negli Stati Uniti d'America per apprendere una tecnica piuttosto che un'altra. Io stesso a Milazzo ero contornato da medici e da psicologi che venivano da ogni parte per il desiderio di apprendere una prassi terapeutica nuova e innovativa. In "Psicopoli" (La Grafica Editoriale, Messina,1995) queste cose sono molto bene espresse e soprattutto la libertà di ciascuno di attuare la psicoterapia che ha appreso attraverso un'analisi personale. Il caso Tao pubblicato in "La peste istituzionale" (Siciliano Edit. Messina, 1998) e cento altri casi pubblicati in tutti i miei lavori scientifici chiariscono la natura dei miei interessi.
Qui riporto la lettera di Maria P.
LETTERA DI MARIA P.
Le mie impressioni sulla conduzione terapeutica dei pazienti in cura dal dr. Nicola Glielmi. La conoscenza del prof. Glielmi mi ha ridonato la fiducia in me stessa e nella mia capacità di riuscire ad affrontare la vita, sempre con nuovi stimoli. I suoi metodi sono, quali io li abbia compresi, se non vuoi soccombere, devi essere libera di vivere, aperta alla vita in cui credi e finalizzata al bene, naturalmente. Impedisci quanto più puoi che gli altri ti crocifiggano, e non lo faranno. Il prof. Glielmi minimizzerebbe i malanni e farebbe sentire sana anche la più malata o demente. L'affetto, il calore umano, il suo modo di fare, con un certo senso di humour, ti carica, ti apre per lo meno uno spiraglio di luce e di speranza. Un giovane bolognese soffre di cefalea e Glielmi scopre che sono state le botte in testa subìte da bambino; allora finge, quasi ci gioca, poggia appena le mani su quella testa, come per batterlo ed il malato urla, sostiene di provare dolori lancinanti per quelle batoste, che oggi sono state solo carezze ed affettuosità. Vi ho assistito perché, in contemporanea, cercava di aiutare lui e me, consenzienti entrambi di questa partecipazione. A me ha fatto bene sicuramente. Ho rilevato da ciò che le terapie non debbono essere rigide, secondo gli schemi o le teorie studiate, di vario tipo. Anzi spesso, far comunicare gli ammalati, parlarsi, aprirsi senza remore, significa sempre di più capire ed aiutare meglio se stessi ed anche gli altri. Ho capito che il medico deve avvicinarsi il più possibile al malato e più con il cuore oltre che con la professionalità, poiché ogni uomo, ogni mente, non è un pezzo di legno, di questi ne puoi modellare quanti ne vuoi anche uguali, precisi, se sei bravo, ma lì no, c'è l'essere umano, c'è una psiche e non credo che se ne possano scoprire due uguali e l'indagine sia così semplice. Sono entrata in questo ospedale di mia spontanea volontà, stimolata da due o tre incontri con il professore, senza remore né paura, curiosa di vedere e di scoprire qualche altra verità, realtà, e confermo, da questa esperienza, che bisogna eliminare pregiudizi e paure. I malati debbono sentirsi sani ed essere aiutati spesso in questo senso, assecondandoli ed anche contraddicendoli, quando lo si ritiene, perché dotati di ipersensibilità, anche se questa è una patologia dell'individuo, ascoltandoli e facendoli sentire liberi come anime. Ma c'è bisogno veramente di tanto costo, tanto aiuto e tanto lavoro effettuato con animo. Il primo giorno, 28 aprile, specialmente la sera, ho constatato che non sarà facile ottenere risultati felici né per il dr. Glielmi né per gli altri dotati come lui, e per le strutture e per i collaboratori carenti. Non conosco i nomi, né saprei riconoscere o identificare il personale perché mi è sembrato anche tanto. Ed il reparto è di sole due camere, di cui una accoglie due letti e l'altra cinque o sei pazienti. L'igiene dei bagni è nauseante.
Sapevo, per sentito dire, che mancava la biancheria e me l'ero portata da casa, ma non credevo che mancasse pure cotone idrofilo, farmaci essenziali, carta igienica, alla quale ho supplito lì per lì con i fazzoletti di carta che si è soliti comperare per le strade. La prima notte è stata un incubo, perché il personale si divertiva, gozzovigliava e ridacchiava ad onta della quiete e del silenzio che aiutano a conciliare il sonno. Spesso si sente l'ammalata che urla e non si interviene se non con fare grossolano e che strazio vedere la diciannovenne che girovaga quasi ad occhi chiusi, intontita dai troppi farmaci o da quelli non gestiti in maniera appropriata. Ci tengo a precisare che il prof. Glielmi non usa farmaci nelle sue terapie, tranne che in determinati casi dove il farmaco è proprio necessario. Io praticando l'esercizio di guardare un punto collocato dietro la mia testa tenendo la bocca aperta, ho ricordato molti dolorosi fatti della mia infanzia e sono uscita dalla depressione. Il 29 aprile il reparto di sera era gestito da due donne che mi hanno impressionata benevolmente, perché pulite come persone, silenziose e gentili. Vigeva tanto silenzio e le infermiere si occupavano a dovere delle pazienti, accantonando le loro faccende private. In generale, comunque, sera e mattina e durante la notte si ode più il vociare grossolano e volgare o chiassoso delle infermiere che riesce a sovrastare il lamento o il pianto dell'ammalata. Le porte delle stanze devono rimanere aperte, ma ritengo che si dovrebbe vigilare sulle povere pazienti girovaganti che dal proprio letto vanno a finire nel letto altrui. L'aiuto spesso lo si trova più nel malato, sotto forma di solidarietà e comprensione, che in chi te lo dovrebbe dare: un'ammalata mette i pannolini ad un'altra ammalata perché l'infermiera non se ne cura. Non esiste quasi una forma di dialogo fra personale e pazienti che vengono trattati come degli emarginati. Il reparto manca di un telefono per comunicare con l'esterno, si può soltanto ricevere. Una ragazza angosciata voleva telefonare alla madre e non è stata accontentata.
Interv.: conclusioni
Capo sett.: l'ispettore di polizia, per indicazione dei P.M. dr. Niccolò Crascì e dr. Pietro Mondaini, non sente Italiano, Lembo, e Chimenz, ma soltanto la dr.ssa Rosita Gangemi. A codesta pone domande degne di altri tempi, da sbirro e non da tutore della legge. I magistrati inquirenti non rilevano le menzogne della dr.ssa Gangemi, né che le sue dichiarazioni non forniscono testimonianze di concreti elementi, punibili dalla legge, dalla deontologia, o dalla pubblica morale.
Anche dall'analisi della testimonianza della dr.ssa Rosita Gangemi appare chiaro che il rinvio a giudizio per "abuso di potere e sequestro di persona" è fondato sul nulla. Anche se, poi, corrispondessero a verità le sue dichiarazioni, ma sono false, nulla hanno a che vedere con il reato di sequestro di persona. E' chiaro che secondo un'abusata prassi giudiziaria si intende creare un'atmosfera morale di colpevolezza intorno alla persona soggetta a inquisizione. Ed è altrettanto chiaro che i magistrati inquirenti e l'ispettore Prestipino si sono prestati alle manovre da mobbing del manager dr. Francesco Poli. Così è, se vi pare !
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