
societa' italiana di Psicoterapia reichiana
Nicola Glielmi,
"Zanclea nella Villa dei Misteri in Pompei antica"
Tommaso Marotta Editore, Napoli
pagine 77
Riproduzione seriata in quadricromia di tutte le tavole del grande dipinto e tavole topografiche in bianco e nero della villa.
Presentazione di Valerio Evangelisti
Recensione del dr. Valentino Sturiale
Gazzetta del Sud
Martedì 25 settembre 2001
Nicola Glielmi: "Zanclea nella Villa dei Misteri in Pompei antica"
LA PUREZZA SACRALE DEL SESSO E' UNA BATTERIA: LIBERA ENERGIE
Crisostomo Lo Presti
Qui c'è il genio che scaccia la follia. O è sanità religiosa nell'iniziazione sessuale misterica e oscura di una vergine che nel tempio dell'Eros coniuga le paure di fronte alla regina, che ha versato il sangue dell'imene, già libera e pronta a spiccare il volo. Nicola Glielmi è uno psichiatra che naviga l'inconscio ed è uno psicologo che matura il sesso nella sua purezza sacrale. Opera anche a Messina dove molti lo conoscono per le sue coraggiose soluzioni terapeutiche: si rifà alle teorie di Wilhelm Reich (psicanalista austriaco che predicava la liberazione dell'energia attraverso l'esercizio sessuale) e ci vuole una certa dose di certezza per applicarle in una terra che ancora conosce il tabù e che non si è liberata dalla condizione inconscia del "terribile femminile", manifestando il bisticcio con la violenza di una società che si confronta con la quotidiana barbarie.
E Arianna (quando sposa Dioniso) e la regina (quando si concede al rito di Afrodite) e Zanclea (quando attende l'iniziazione), in questo libro di grande fascino e di chiaro spessore poetico, sono un unicum a cui l'autore dà il segno della condizione primaria-genitrice, obbligata a transitare dalla villa romana di Pompei. Lui, Dioniso offre il suo fallo per il rituale che tramanderà il sangue sulle onde della "Grande madre terra", pronta a nutrirsi e a generare altre Arianne, altre regine, altre Zanclee nella purezza del desiderio che esplode dal ventre per divenire "energia orgonica".
Il rito simboleggia il passaggio da una condizione inerme a quella dinamica e riflette l'angoscia della violenza, stemperata dalla consapevolezza dell'ineluttabile. Così, negli affreschi delle pareti, Zanclea donna di ieri (donna di oggi) attende, circondata dalle amorevoli carezze delle ancelle e dagli inviti dei fauni e dal sussurro della madre che non può non aver condotto all'ara anche il figlioletto per renderlo "uomo" nell'assaporare gli umori vaginali. "Così un frutto, un cibo, un rito - qualunque cosa egli descriva - ha una profondità di dimensioni che l'immerge nel flusso energetico vitale. In ciò, l'autore è coerentissimo con la visione scientifica che ha sempre coltivato, solo la modella in modo che acquisti immediata evidenza, tangibile concretezza".
Scrive Valerlo Evangelisti nella Prefazione.
Il simbolo si coniuga con il rito e la magia con l'inconscio, tutto nella certezza scientifica di Glielmi e nella percezione del "Grande mistero" che si racchiude nelle viscere della femmina, vergine da sacrificare a Dioniso. E il sangue non è qui quello del cuore, ma il più ancestrale della vagina che si apre sotto il primo impulso per raggiungere la certezza del numero eletto. Donna di oggi, non più tifosa della Juventus (banalità); consapevole del ruolo di Giulio (?) nei destini del Paese (analisi); maledicente l'oscurità della veste del prete (ribellione), Zanclea finalmente sa e attende.
Dall'iniziazione sessuale passa il tutto,"La sessualità è della massima importanza come espressione dello spirito ctonio, poiché questo è I' altra faccia di Dio". (Carl Gustav Jung: sommo svizzero, scopritore dell'archetipo nella sua originale indagine dell'inconscio e creatore della corrente spirituale della moderna psicanalisi dai sempre più affascinanti riferimenti alchemici).
Sacra e profana, mitologica e mercenaria la coniunctionon sempre rappresenta l'unione degli opposti per la creazione dell'Uno (ermafrodito divino) a cui il coraggioso Reich (e quindi Glielmi) dedica poco spazio, preferendo il rito della mietitura con la maschera della fertilità acquisita.
Non so se Carl Gustav Jung abbia fatto in tempo a prestare attenzione alle teorie del grande psicanalista austriaco, ma conosco quanto lontano, proprio sul "nocciolo" della sessualità, si sia posto da Sigmund Freud (il padre della psicanalisi, anch'egli austriaco): "Considero gli istinti umani come manifestazioni diverse di processi energetici, come forze analoghe al calore, alla luce, e così via. Come al fisico moderno non verrebbe in mente di far derivare tutte le forze dal calore soltanto, così lo psicologo dovrebbe, guardarsi dal far derivare tutti gli istinti in blocco dal concetto di potenza o da quello della sessualità".
E qui nasce l'"archetipo", nascono l'"anima" e l'"animus", nascono l'"inconscio individuale" e "collettivo", nasce l'"ombra". Materia mille miglia distante dall'"energia orgonica" di Wilhelm Reich. Mondi lontani come galassie che creano illusioni o verità.
Presentazione di Valerio Evangelisti
ZANCLEA NELLA CORRENTE
"Uno scritto di Nicola Glielmi, si tratti di un saggio scientifico, di una memoria, di una creazione letteraria, è sempre per il lettore un'esperienza sorprendente. Lo è perché vi ritrova un flusso vitale che la società odierna ignora, condanna o nasconde. Qualcosa di estremamente scandaloso, e anche di inquietante, agli occhi dei fantocci irrigiditi che siamo divenuti, e che diveniamo ogni giorno di più.
L'energia vitale è il segreto di Nicola Glielmi: come uomo, come scienziato, come scrittore. Difficile, per chi ha avuto la fortuna di incontrarlo, dimenticare la vivacità del suo sguardo, il vigore della parlata, la fluidità nel gestire, il tutto condito da una sorta di malizia infantile che nulla ha di cattivo e di ombroso.
Semplici doti umane? Non solo questo. Nicola Glielmi ha avuto il privilegio di toccare, attraverso un'esperienza culturale, professionale e di vita assolutamente esemplare, le grandi correnti segrete a cui aveva avuto accesso il suo maestro, Wilhelm Reich. Quei torrenti impetuosi di energia che fanno di agglomerati di cellule creature di carne animata, e che reggono i meccanismi dell'affinità, dell'attrazione, della perpetuazione della specie.
Freud, nella sua scontrosa genialità, aveva avuto l'intuizione dell'esistenza di quelle correnti, ma si era limitato ad immergervi il dito. Lo aveva ritratto subito, turbato, e alla sua scoperta aveva assegnato poco più di un nome: libido.
Ma cos'era la libido? Reich non si accontentava di una definizione priva di contenuto. Scavò fino a trovare il fiume nascosto, ed ebbe la sorpresa di scoprire che si trattava di un oceano: tanto vasto da ricoprire per intero l'esistente, e tanto tumultuoso da agitarne le forme organiche in tutte le loro manifestazioni.
La libido divenne, più appropriatamente, l'energia orgonica. I due termini ebbero sorte diversa, e tuttavia egualmente tragica. L'Orgone fu ignorato; la libido divenne una sorta di parolaccia, rimanendo confinata, nel lessico comune, a un aggettivo - "libidinoso" - carico di risonanze negative.
Per fortuna, la grande scoperta di Reich non fu abbandonata, ed ebbe, e ha tuttora, appassionati cultori. Tra i primi in Italia vi fu Nicola Gliemi, psicoterapeuta, psichiatra, direttore di importanti servizi per l'igiene mentale. La sua carriera nell'ufficialità, sempre tormentata, finì con un odioso trabocchetto, che espulse dal grigio sistema psichiatrico italiano l'unica fiammella di pensiero reichiano che vi si era insediata.
Ma, da un certo punto vi vista, fu meglio così. Libero da vincoli amministrativi e da impegni secondari, Nicola Glielmi può ora esporre come meglio gli aggrada i fermenti del proprio pensiero. Il libro che il lettore ha tra le mani è appunto una manifestazione di questa ritrovata libertà.
Opera singolare, e tuttavia affascinante. Se la vitalità sessuale è negata o pervertita da tutto il modo di vivere attuale, Glielmi la va a ricercare nel mondo antico, quando minori erano i vincoli alla sua espressione. Si inizia così con l'esplorazione, in compagnia del più dotto dei maestri, della pompeiana Villa dei Misteri, in cui rintracciamo, sugli affreschi raffiguranti l'iniziazione di una fanciulla, costanti universali dei processi di vita, inquadrati in rigorose proporzioni geometriche altrettanto universali: due forme di eternità, anzi, una sola.
Poi la descrizione si fa poema, ed è qui che la vita balza davvero in primo piano. Ciò che Gliemi era costretto a "raffreddare" nelle sue pubblicazioni scientifiche, per obbedire a canoni accademici, diviene impressione, profumo, colore: diviene la verità che solo la letteratura può cogliere nella sua pienezza.
Le pagine poetiche di Glielmi sono di una evidenza e di una ricchezza che stupisce. Di ogni immagine è fornita l'intera gamma delle sensazioni: tutti e cinque i sensi sono all'opera, e sono sollecitati nel lettore. Non vi è amai una descrizione abborracciata, epidermica, incompleta. Ogni atmosfera è descritta nella completezza dei suoi elementi, in modo che chi legge la possa fare interamente sua, la possa vivere.
Vivere, appunto. Perché è questo il tema che Glielmi tratta: la vita, colta nella ricchezza più profonda. Così un frutto, un cibo, un rito - qualunque cosa egli descriva - ha una profondità di dimensioni che l'immerge nel flusso energetico vitale. In ciò l'autore è coerentissimo con la visione scientifica che ha sempre coltivato; solo, la modella in modo che acquisti immediata evidenza, tangibile concretezza.
Così la poesia si fa tesi, e la tesi poesia. Emisfero sinistro ed emisfero destro - razionalità ed emozione - operano congiuntamente. Pian piano, ci si accorge di avere a che fare con una vera e propria cosmogonia, cui l'autore aggiunge, senza soluzione di continuità, riflessioni sulla propria versione del mondo. Alla fine, non è troppo difficile scoprire che Nicola Glielmi ed energia vitale fanno tutt'uno, che il primo è una scintilla della seconda. Ora, il movente di ogni scintilla è palese: attizzare un incendio. Non per fare fuoco, ma per fare luce.
Braccato da grumi di carne morta e malata, Nicola Glielmi non ha rinunciato alla propria missione.L'iniziazione di Zanclea, dolorosa sì ma anche fonte di vita e di piacere, è il rimedio che egli vede al dilagare della peste emozionale, di cui soffrono coloro che vorrebbero seppellire per sempre le correnti eterne e universali dell'energia vitale.
Non ci riusciranno. Confido - e Glielmi confida - che altre giovani Zanclee siano condotte, emozionate e titubanti, alla scoperta inebriante della vita e che, varcata quella soglia, continuino ad assaporarne i frutti.
Un tempo era cerimonia pubblica; oggi è lavorio da iniziati. Ma finché vi saranno maestri intelligenti e profondi come Nicola Glielmi, il fiume sotterraneo scoperto da Wilhelm Reich troverà coraggiosi disposti a immergersi nelle sue acque, così fresche e corroboranti. Fino a quando il suo corso non sfocerà alla luce del sole, e sarà ricchezza per tutti.
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Recensione del dr. Valentino Sturiale, aiuto psichiatra della USL N. 5, Messina.
Sempre con due vigili. Agitatissima, violenta, aggressiva, sporca. Erano necessari alcuni giorni e diverse "colluttazioni" per farle prendere i farmaci, per compensarla come allora si usava dire. Molti farmaci, molte fiale, molti giorni. Era tutto un nascondersi, un fuggi fuggi generale, la ricerca di chi tra il personale è responsabile, di servizio, di turno, confusione, grida, allarme e panico in tutto il reparto.
Il Primario, il Dottore Nicola Glielmi era rientrato da uno dei suoi infarti il suo nome campeggiava sul vetro della porta di ingresso dei locali vittoriosamente conquistati insieme con i "malati". Mi aveva dato il permesso di frequentare il "suo" reparto in un incontro nel suo studio assolato di miti greci, del suo teatro e dei miei filosofi nella Magna Grecia che ci accomunava insieme alle lotte politiche di quei tempi socialiste, radicali e libertarie per la legge 180 per i locali del Servizio Psichiatrico dell'Ospedale di Milazzo.
Nello scrivere la recensione dell'ultimo lavoro di Nicola Glielmi, Zanclea nella Villa dei Misteri in Pompei antica, Tommaso Marotta Editore, è tornata più prepotente alla mente una mattina di quando forse non avevo ancora cominciato il tirocinio ospedaliero. Non andava di moda il volontariato e bisognava avere un ruolo per stare lì in mezzo, per frequentare, per imparare: "Non insegno psichiatria devi stare con gli ammalati, sono loro i professori, non ti voglio in queste stanze".
Guardavo. Il giovane dottorino era esentato dalle colluttazioni, troppo giovane e poco esperto come psichiatra soprattutto per queste cose, il lavoro sporco, la parte meno nobile e meno esposta di questo strano lavoro. Anche se esiste la alta psicologia delle nevrosi della borghesia vittoriana, è sempre esistita una psichiatria della violenza e della emarginazione, dei lebbrosari vuoti riempiti di pazzi, delle torri dalle visite a pagamento, dei manuali per mandare al rogo chi dissente. Guardavo, al riparo anche da oggetti volanti e dal marasma degli operatori, aspettando che tutto si calmasse, che costretta sul letto di Procuste dei farmaci si addormentasse e restituisse a tutto il reparto la pace ed il silenzio.
Il libro piccolo compatto, scorre veloce nella prosa di Glielmi sempre elegante, ricercato nelle espressioni non barocco. Ho visto nascere sotto la sua penna molti scritti sempre riveduti, riscritti affinati fino a rendere il più limpido possibile il pensiero da comunicare. Pure non è il solito Glielmi. Il libro sembra più leggero degli altri che lo hanno preceduto, più concentrato sulle cose che hanno da sempre affascinato l'Autore. Tranne che nelle ultime pagine in fondo scollegate dal resto, mancano gli spunti polemici che sono il tessuto portante di altri lavori. Manca o è ridotto al minimo il Nicola Glielmi funzionario pubblico prima del Manicomio poi dei Servizi USL in perenne lotta contro i mulini a vento e i muri di gomma. Una benefica e salutare "crisi" - forse la pensione - ha reso più leggera l'opera, più nitida la penna, ancora più libero l'Autore. I "misteri" ed i simboli (mai junghiani, per Glielmi l'inconscio è un libro aperto scolpito nell'apparato muscolo-scheletrico di ogni individuo) non nascondono, svelano: sono più sereni e più maturi e pronti ad essere esposti in modo solare esplicito naturale, più essoterici che esoterici.
Guardavo. Ma mi sporgevo a spiare la porta del Primario. Che avrebbe fatto? Avrebbe autorizzato la contenzione? Che terapia avrebbe prescritto? Avrebbe fatto finta di niente?
La porta della stanza dopo attimi interminabili finalmente si aprì rispondendo al clamore del corridoio. Il Primario uscì col fare indaffarato di chi riceve una visita gradita ma in un momento inopportuno.
Deciso, le andò incontro, la aggredì - gli studi classici, pensai, aggredior cioè andare verso - la svincolò dai vigili e dagli infermieri, la abbracciò e la baciò sulla fronte: "Ciao - chiamandola per nome - vuoi (non devi) farti la doccia? Ti accompagno". La prese a braccetto e la scortò dolcemente a posare le sue misere cose nella stanza di degenza: "Poi ti vai a coricare, che sei un poco stanca" concluse a metà fra l'italiano ed il suo dialetto campano.
Tutti erano lontani e silenziosi, ma io mi ero avvicinato troppo - la curiosità - e il Primario mi incaricò con gli occhi di seguire l'intera operazione. A mia volta la accompagnai fino alla doccia e dopo fino al suo letto nella stanzetta.
Era passata si e no un'ora. Mi affacciai alla stanza del Primario ed attesi in silenzio i suoi occhi interrogativi. "Dorme come un angioletto" risposi. Quasi tutto il reparto si era intrufolato con me nella stanza e voleva sapere con insistenza la terapia, quante fiale, quante compresse, quante volte al dì. Come se tutto quello che era successo era stato un gioco. Un bel gioco ma ora, ora bisognava tornare alle cose serie, agli schemi consolidati, alle solite procedure, alla routine di sempre. Glielmi mi guardò: "Terapia?" - girandomi la pressante richiesta ambientale. "Dorme. Che dovrei fare, la sveglio per farla riaddormentare con una fiala?" - replicai, complice.
La scena - "sceneggiata" dicevano i detrattori di Glielmi - era di quelle da ripensarci più volte in modo da identificare i contorni dei pensieri e delle parole anche le più sfumate. Avevo bisogno di respirare una sigaretta all'aria aperta, il freddo del bisòlo su cui ero seduto aiutava a raffreddare le emozioni. Sono passati quasi venti anni e forse ho confuso qualcosa nei ricordi ma sono ancora seduto sul quel fresco bisòlo e non penso di muovermi più. Credo troppo - più con Sciascia che con Pirandello - nella razionalità illuminata che vince tutte le follie di questo mondo, il nemico non è la follia né il diavolo né l'inconscio ma la stupidità di non usare creativamente il meraviglioso dono dell'intelligenza razionale. Delusione per Nicola Glielmi di non essere cresciuto Reichiano, ma una specie di psichiatra sociale, cognitivista e soprattutto individualista senza parrocchie ma con un ideale in comune con Glielmi: non c'è psichiatria senza libertà uguaglianza ed umana fraternità.
Valentino Sturiale
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